Ultimo aggiornamento:
02.10.2018 14.48
 
   
 
 
10 aprile 2012
ENGLISH
 

dialoghi sul collie 2012: saluto agli intervenuti

di  Lucio Rocco

 

Avrete certamente letto da qualche parte che il collie è originario della Scozia.

E’ una notizia inesatta ...

Voi state calpestando in questi giorni le terre che furono la culla di questa razza, che ne ascoltarono i primi guaiti, che la videro all’opera più di 20 secoli fa. Terre romane, già impregnate di cultura greca.

Siete sorpresi?

Ascoltate.

Era il 55 a.C., e Caio Giulio Cesare passava il canale della Manica diretto dalla Gallia nella vicina Britannia, insieme al suo esercito, ai suoi armenti ed ai suoi cani.

Allora non si chiamava ancora collie, ma canis pastoralis o canis pecuarius e, qualunque fosse il suo nome, era già un nobile animale, un cane da pastore, un essere, cioè, altamente specializzato per lavorare in collaborazione con l’uomo.

L’aspetto non era certamente quello dei collie di oggi. Era un cane rude e grezzo, come il villicus cui forniva la sua assistenza, ma l’animo …

… sì, l’animo aveva già il seme di quello che sarebbe diventato; orgoglioso e fiero come il civis romanus al cui servizio prestava la sua opera.

Eppure, questo cane non stava cominciando in quel momento la sua avventura, veniva già da molto lontano, dall’epoca della "rivoluzione neolitica" in cui l’uomo era passato da una economia basata sulla caccia ad una basata sull'agricoltura e sull'allevamento, con una logica e conseguente evoluzione del ruolo del cane.

La storia dunque era cominciata intorno al 5.000 a.C. , anno di nascita ufficiale del cane da pastore.

In Britannia, questi cani ed i loro padroni portarono diversi e più moderni metodi di allevamento e di pastorizia, e trovarono su quelle terre altri cani, che già facevano lo stesso lavoro, e che avevano una storia altrettanto esaltante.

Le origini di quei cani, che pure contribuirono alla creazione del collie, erano anch’esse molto antiche.

I Celti, quelli veri, non quelli che oggi sono spesso chiamati in causa a sproposito, avevano cominciato già 3 secoli prima di Cristo a risalire, dalla penisola iberica verso le isole britanniche.

Nessuno era in grado di opporsi alla loro avanzata, durante la quale si erano incontrati e scontrati con altri popoli di cui saggiamente avevano assorbito le civiltà. Popoli di origine indoeuropea arrivati in Europa verso il IV millennio a.C.  e che avevano cominciato ad evolvere la loro cultura pastorale già 1.000 anni prima.

I Celti erano guerrieri per necessità, ma avevano un’economia basata sull’agricoltura e sulla pastorizia. Ed avevano per il cane un culto quasi religioso, testimoniato dai loro miti.

Dunque il nobile canis romanus mescolò i suoi geni, ricchi di storia e di nobiltà, con quelli degli antichi cani dei celti, pastori da secoli, e con quelli di altri popoli la cui civiltà è testimoniata dai ritrovamenti storici: Unni, Visigoti, Angli, Sassoni, Vikinghi.

Quell’incontro fece scoccare la scintilla che ha creato il collie, così come noi oggi lo conosciamo.

Beh, qualcuno potrebbe obiettare che abbiamo un tantino esagerato.

Ma il collie, come geneticamente è arrivato a noi, ha almeno 5 secoli, ce lo provano gli studi fatti sulla famigerata mutazione MDR1, ed è storia il fatto che nelle sue vene scorra il sangue dei nobili cani dei Romani, dei fieri cani dei Celti, dei valorosi cani dei Vikinghi, i quali, tutti insieme, hanno contribuito a formare una miscela del tutto irripetibile di caratteri che fanno oggi di questo cane il più utile che ci sia.

Ma questa è storia di popoli, esaltante ed epica.

A noi interessa invece la storia delle razze dei cani, o meglio della nostra razza. Eppure, ci domandiamo,  può prescindere dalla storia dell’uomo lo studio di un cane che ha fatto dell’assistenza al suo compagno una missione entrata oramai nei suoi geni?

L’evoluzione di questa razza è proceduta di pari passo con l’evoluzione dell’uomo, con la sua storia, la sua arte, la sua economia, i suoi bisogni.  Ed è questo il motivo per cui questo cane ha ispirato artisti e letterati di ogni epoca ed ha raccolto intorno a sé le menti più evolute che l’umanità abbia vantato. Gli uomini e le donne più affascinanti di ogni epoca hanno amato questo cane, le persone più straordinarie, persone che, ciascuna nel suo campo, facevano la storia dell’umanità.

Tutti ammaliati dal suo sguardo, da quella di cui tanto si discute e che chiamiamo la sua “espressione”.

Quale altra razza è stata cantata da poeti come Lord Byron, James Hogg, Robert Burns, minuziosamente descritta da naturalisti del calibro di Johannes Caius, Georges-Louis Leclerc Conte di Buffon, Thomas Bewick, immortalata sulla tela da pittori come Sir Edwin Landseer, Richard Ansdell, Arthur Elsley?

Ma non è tutto.

Le donne più affascinanti dell’universo hanno amato questo cane, a cominciare da quella che per prima ne intuì il carattere, la Regina del Regno Unito ed Imperatrice dell'India, Vittoria, cui tanto dobbiamo per l’impulso dato alla diffusione della nostra razza. E come possiamo dimenticare la signora Grace Anna Goodhue, signora Coolidge da sposata, First Lady d’America, ed allevatrici il cui fascino era pari a quello dei loro collie, come Lady Alexander, Mrs. Brigham, la Principessa di Montglyon ed in tempi più moderni allevatrici e studiose della razza come Ada Bishop, Iris Combe e Lorraine Still.

Non andiamo oltre, c’è solo imbarazzo nel timore di continuare dimenticandone qualcuna.

Questo cane si può solo studiare per conoscerlo meglio, non giudicare; come non si può giudicare un essere umano.

Gli unici autorizzati dalla storia a giudicare questo cane sono i pastori, insieme a tutti coloro che con questo cane hanno lavorato e lavorano.

Nessun altro maturerà mai la familiarità e la competenza per farlo.

L’addestramento al lavoro infatti non è una semplice operazione agonistica. Il significato di quei gesti deliberatamente ripetuti è di realizzare il rinnovarsi di una comunione che ha legato per secoli l’uomo e il suo cane.

E’ il perpetuarsi di un rito arcaico che, come in una cerimonia religiosa, recita il mito della creazione, della fecondità, della nascita, del lavoro, del tramonto.

Il mito, come diceva Mircea Eliade, dell’eterno ritorno, che recita una scena del passato per poter dare vita al futuro.

GRAZIE A TUTTI

Lucio Rocco