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19 aprile 2013
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l'importanza del tipo di razza

di  Lucio Rocco

 

Prima di cominciare è opportuno chiarire di cosa parliamo, perché spesso tra i cinofili, e non solo quelli alle prime armi, si fa un uso errato della parola ‘tipo’. Quante volte abbiamo sentito frasi come queste: “è un collie di ‘tipo’ americano”, oppure: “a quel Giudice piace un altro ‘tipo’ di collie”!

Il Dizionario Treccani definisce così questa parola: “tipo s. m. (dal lat. typus): impronta, carattere, figura, modello”. Ed è questa la vera definizione, perciò spesso noi adoperiamo la parola con l’accezione sbagliata.

Il noto Giudice inglese Tom Horner soleva definire il tipo come "la somma di tutti quei caratteri che fanno assomigliare un cane alla propria razza ed a nessun altra". Purtroppo, a causa dell’ampio significato della parola “assomigliare”, la definizione risulta per certi versi lacunosa ed approssimativa ed inoltre, perché un cane “assomigli” ad una razza, bisogna che questa sia definita con precisione e che di essa tutti abbiano la medesima idea. Le razze dei cani vengono descritte dai rispettivi standard, ma sovente questo non rende univoca l’idea che ciascuno ha di esse.

L’allevatrice canadese Ariel Sleeth (Sovereign) diceva che il tipo è l’impronta, il marchio della razza; definizione forse più generica, ma più precisa di quella di Tom Horner.

Ma che cosa è esattamente il tipo nel caso, ad esempio, della nostra razza? Quali sono le caratteristiche che fanno sì che un cane sia identificato univocamente come un collie?

Da un attento studio dello standard possiamo dedurre che i caratteri di tipicità sono dati sicuramente dalla conformazione della testa e dalla sua espressione, dalla struttura e dal movimento che esprime, dal mantello e dalla sua qualità. Ma il tipo non è la somma di queste singole qualità, ne é invece la combinazione ed il loro reciproco equilibrio. Inoltre, il tipo non è dato solo da qualità fisiche, include le qualità “psicologiche” del cane, ossia le risposte del cane alle sollecitazioni esterne ed il suo modo di rapportarsi con l’ambiente; ciò viene espresso da quella qualità che noi chiamiamo temperamento. Sono queste qualità che generano, ad esempio, quella “impassibile dignità” richiesta dallo standard del collie.

Ma c’é di più.

Per un cane da pastore come il collie, il modo di lavorare è un carattere di tipicità? Certamente sì; anzi, sicuramente è uno dei più importanti, eppure esso non viene descritto nello standard. Cosa pensereste di un border collie che invece di controllare le pecore col suo sguardo magnetico le spingesse a suon di morsi? Dunque la conoscenza del tipo va oltre lo standard, affonda le sue radici nella storia della razza, nel lavoro per il quale è stata selezionata, nella vita di una comunità pastorale in cui il lavoro era sopravvivenza ed il rapporto uomo-cane una collaborazione e un’amicizia.

Quel che è certo è che il tipo è, come tutti, figlio di due genitori: la funzione e la forma, che a loro volta sono intimamente connesse.

Ma ha ancora senso parlare di tipo legato alla funzione oggi che lo Yorkshire Terrier non caccia più i ratti nelle gallerie delle miniere della regione dell’Inghilterra da cui prende il nome, che il Bulldog non lotta più con i tori e il Saluki non insegue più la selvaggina nel deserto?

La risposta è relativamente semplice, ma richiama una ulteriore domanda: cosa cerchiamo?

Negli ultimi 150 anni abbiamo assistito ad un’evoluzione delle razze che ancor oggi ci è difficile comprendere completamente, ma che costituisce indubbiamente una realtà di cui non si può non tenere razionalmente conto. Quando nel ring di un’esposizione vediamo un cane che a mala pena si trascina (e diciamo che non cammina) mentre più in là ammiriamo un cane che invece vola veloce sul tappeto, in realtà cosa stiamo facendo in quel posto? Cerchiamo lo spettacolo di un cane che con agilità mette i piedi uno davanti all’altro, anche se il suo movimento non interpreta il tipo della razza cui appartiene? Vogliamo un appariscente, generico e spettacolare cane da esposizione, che con l’aiuto di un abile handler strappi l’applauso agli impreparati spettatori e faccia vendere più cani al suo allevatore, anche se non rappresenta esattamente il tipo della propria razza? Perché, se è così, le razze non hanno in fondo tutta questa importanza e basterà un buon apparato (organizzazione, giudice, handler e, buon ultimo, un cane) che ci prepari lo spettacolo che siamo andati a goderci, alla faccia della funzione cinotecnica delle esposizioni.

Il tipo è l'anima di una razza. E senz’anima non c’é nulla da giudicare, nessun cane da ammirare, nessuna qualità da apprezzare, solo uno spettacolo cui assistere. Senza tipo non c’è allevamento, non c’è selezione. Non c’è più la funzione cui dobbiamo l’esistenza della razza, per cui se perdiamo la funzione abbiamo perduto la razza. Un collie senza tipo è cane ordinario e, come dice l’allevatrice e Giudice americana Barbara Schwartz, questo è il difetto più grande che un collie possa avere.

Immaginiamo (attenzione, non è una situazione troppo lontana dalla realtà, in qualche paese sta già avvenendo) un allevatore che pur lavorando sodo abbia abbandonato completamente la funzione, selezionando solo i caratteri che gli permettono di vincere in esposizione; un “allevatore da show”, che allevi buoni cani, persino con buona salute, ma non buoni collie. Probabilmente saranno cani abbastanza piccoli, col pelo sempre più lungo, lo stop sempre più pronunciato, la testa degna di altre razze, gli occhi ridotti a una fessura, una struttura inutilizzabile per il lavoro; ma un cane “d’effetto”, che strappi entusiastici commenti a bordo ring da parte di chi non sa che la bellezza di un cane non è un affare soggettivo, ma è legata alla sua funzione. Dopo qualche anno questo incauto allevatore si troverà con dei soggetti che solo con molta immaginazione possono essere attribuiti alla razza originaria. Perché? Perché sono stati selezionati solo il 50% dei caratteri di tipicità: quelli legati alla forma.

Attenti, però. Se avessimo (ma si tratta di un caso alquanto più raro) un allevatore altrettanto incauto che si fosse concentrato nel selezionare soltanto cani capaci di lavorare sulle pecore, trascurando ogni qualità estetica, il risultato non sarebbe molto diverso.

Dunque il tipo è un insieme di caratteri legati alla forma ed alla funzione. Senza la forma la funzione non può esprimersi nel modo giusto e senza la funzione la forma vaga entro confini inesistenti. Forma e funzione devono andare a braccetto. Le definizioni “tipo da show” o “tipo da lavoro” sono un’aberrazione che distruggerà le razze. La selezione sul tipo è ancora più importante di quella sulla salute.

E’ possibile imparare a riconoscere il tipo di razza?

Certamente sì, come si impara ogni umana disciplina, ma accanto alla conoscenza dello standard, della storia, della vita di quegli allevatori che hanno lasciato la loro personale impronta sulla razza, occorre qualcosa che non si impara, non si studia, che spesso nasce con noi e sicuramente germoglia nel nostro cuore come una pianta: l’amore per la razza.

Quando lavoriamo per difendere una razza, è il tipo che dobbiamo difendere, contro l’ignoranza che lo distrugge e con esso distrugge la razza.

Se vogliamo proteggere una razza dobbiamo proteggerne il tipo e questo è compito degli Allevatori e dei Giudici, i primi perché dovrebbero averne conoscenza ed esperienza, i secondi perché ne hanno la competenza, essendo il loro compito quello di indirizzare l’allevamento.

Gli allevatori del passato hanno portato la nostra razza ad un elevato grado di eccellenza, abbiamo il dovere di fare altrettanto, sapendo che il tipo è una qualità inafferrabile e sfuggente, sulla quale è difficile portare avanti la selezione.

Forse in molti paesi si diventa allevatori con eccessiva facilità, senza fare sufficiente gavetta, senza avere maestri adeguati che indirizzino, senza vedere abbastanza cani, senza aver studiato sufficientemente anche la teoria, ma purtroppo anche rimanendo soli, senza mai entrare a far parte di una comunità che sia allo stesso tempo aggregante ed educativa, dove si goda del piacere di stare insieme a persone con la nostra stessa passione e si impari da chi ha maturato maggiore esperienza. Purtroppo i danni causati da questa situazione sono incredibili.

Alcuni giudici poi sembrano orientati a seguire le mode invece di mostrare la capacità di indirizzare la selezione. Così gli allevatori, seguendo le loro indicazioni, selezioneranno il tipo sbagliato ed i novizi impareranno e porteranno nella loro produzione gli errori messi in circolo da costoro.

Tom Horner diceva: "Nel giudicare i cani non lasciarti influenzare da alcuna considerazione se non dai meriti relativi dei cani che hai di fronte a te. Hai un unico dovere: giudicare i cani. Dimentica gli handler e dimentica ciò che i cani hanno vinto in precedenza. Piazza i cani nell’ordine in cui ritieni dovrebbero stare, non importa se il vincitore appartiene al tuo migliore amico o al tuo peggior nemico. Ignora il fatto che la scorsa settimana hai vinto con uno degli espositori di oggi, o che un altro giudicherà la tua prossima esposizione. Questo è l'unico modo per ottenere il rispetto dei tuoi simili".

Agli inizi del XX secolo il Collie era uno dei cani più popolari del mondo. Era ricercato dagli allevatori di pecore per le sue capacità di lavorare, dagli agricoltori perché capace di adattarsi a tutti i lavori della fattoria, ma anche dai nobili e dai borghesi per la sua intelligenza e la sua fedeltà. La pubblicità a questa razza è stata fatta non a suon di nastri e coppe, ma dai racconti di Eric Mowbray Knight ed Albert Payson Terhune, che hanno descritto le avventure dei loro Lassie, dei loro Lad, dei loro Wolf, avventure che ogni lettore riconosceva nascere dalle qualità reali di questo cane, non dalla fantasia di uno scrittore.

Che cosa, successivamente, ha fatto sì che la razza perdesse quella popolarità così duramente conquistata?

Due cose, che in parte scagionano gli allevatori da molte responsabilità. La grande crisi del ’29, che sconvolse l’economia mondiale ed ebbe effetti devastanti sull’industria e sul commercio, ma anche sull’agricoltura e sull’allevamento del bestiame e causò una drastica diminuzione della richiesta di cani da lavoro, e contemporaneamente il crescente successo delle esposizioni di bellezza, che provocò l’aumento della popolarità della razza come cane da show. Per un’antica legge di mercato si cominciarono a produrre cani sempre più appariscenti e sempre più lontani dalle caratteristiche fisiche e psichiche che ne avevano determinato il successo negli anni precedenti.

Cosa possiamo fare ora? Nelle nostre mani abbiamo la scelta tra il vagare da un cane all’altro, da una generazione all’altra senza una meta definita, come un aeroplanino di carta in balia del vento, e continuare a produrre cani privi delle radici della razza, senz’anima, nella convinzione che esiste sempre il caso, anche in genetica, che può farci produrre un supercollie, ed il collegarci ad un filo logico che arriva dalle origini del tempo ed esaltato dalla secolare collaborazione tra uomini e cani, ci faccia riprendere la nobile ed antica missione degli allevatori che è quella di essere custodi del creato.

Quale sarà la strada giusta?