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02.10.2018 14.48
 
   
 
 
8 maggio 2014
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selezione e variabilità genetica:

uno studio sulla condizione del rough collie in italia

di  Conny Di Costanzo e Lucio Rocco

 

L’evoluzione della vita e l’ipotesi della Regina Rossa

 ... Alice si guardò intorno molto sorpresa.

"Ehi, ma secondo me siamo state tutto il tempo sotto quest'albero! E' tutto esattamente come prima"

"Certo", rispose la Regina."Perché, come dovrebbe essere?"

"Bé, nel nostro paese", disse Alice sempre con un po' di fiatone, "in genere si arriva in qualche posto ... se si corre per tanto tempo come abbiamo fatto noi".

"Che paese lento!", disse la Regina, “qui invece, vedi, devi correre più che puoi per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte devi correre almeno il doppio."…

Questo apparente paradosso che si legge nel libro di Lewis Carroll, “Attraverso lo specchio” è stato utilizzato per spiegare una delle più affascinanti teorie sull’evoluzione, l’Ipotesi della Regina Rossa.

Un esempio molto semplice di questa teoria lo si può avere dai virus, il cui tempo di vita è estremamente breve. Quando i batteri sviluppano nuove forme di difesa contro i virus, questi fanno lo stesso, sviluppando a loro volta una rinnovata capacità di offesa.

L’evoluzione, dunque, sarebbe dovuta non tanto alla necessità degli organismi viventi di adattarsi all’ambiente, quanto al loro bisogno di adattarsi ai mutamenti delle loro “prede”.

In termini biologici, però, la cosa ha scarsa importanza, perché l’evoluzione consiste comunque nelle modificazioni che si verificano in una specie e che le permettono, ad ogni nuova generazione, di vedere aumentate le sue probabilità di sopravvivenza.

La selezione

Il principale strumento, mediante il quale avviene l’evoluzione, è la selezione, processo che produce un aumento, all’interno di una popolazione, della frequenza di individui dotati di caratteri più favorevoli alla vita.

La selezione può essere di due tipi:

  1. all’interno di una popolazione esistono individui dotati di caratteri tali da “favorirne la vita”; questi individui avranno maggiori possibilità di alimentarsi, e quindi di sopravvivere e di riprodursi, generando altri individui dotati dei loro stessi caratteri ottimali. Questa è la selezione naturale, che non produce cambiamenti genetici nella specie, ma determina solo una diversa e più favorevole distribuzione dei geni nella popolazione.

  2. la selezione artificiale, invece, consiste nella scelta, operata dall’uomo, di determinati individui dotati di caratteri più vantaggiosi (a suo giudizio e per le sue finalità) destinati ad essere i genitori della generazione successiva.

Esiste infine un terzo meccanismo mediante il quale avviene la selezione degli individui in una specie:

  1. la deriva genetica, che consiste in un fenomeno assolutamente casuale ed imprevedibile di variazione delle frequenze degli alleli, che avvengono in tutte le popolazioni, ma in particolare in quelle piccole. Questo fenomeno consiste in una fluttuazione delle frequenze degli alleli dovute a motivi assolutamente imprevedibili. Esso è quantizzabile mediante il calcolo delle probabilità. Nella deriva genetica, perciò, la sopravvivenza è appannaggio del “più fortunato”, non del "migliore”.

L’evoluzione, però, può contare anche su un altro importante meccanismo, le mutazioni. Esse provocano la comparsa nella progenie di forme alleliche non presenti nei genitori. Queste forme possono essere del tutto nuove o già conosciute nella popolazione. Le mutazioni sono un miracolo della vita e come tale andrebbero guardate, anziché evitarle con sospetto cercando ad ogni costo di emarginarle. Ogni mutazione crea variabilità: è la vita che cura se stessa!

In che modo si inserisce in questi meccanismi l’azione dell’uomo? In altre parole, facendo riferimento alla selezione delle razze pure dei cani, ci chiediamo se stiamo selezionando in accordo con le finalità della natura che sono principalmente rivolte alla conservazione della specie.

La natura seleziona i soggetti secondo i seguenti criteri:

• Capacità di riprodursi (sopravvivenza della specie)

• Capacità di superare gli stress (tempra)

• Capacità di lavorare (movimento)

• Memoria genetica (metodo di lavoro)

Esaminiamo, allora, il lavoro di un allevatore serio, cioè di un allevatore che fa selezione, con i criteri che sono più congeniali alle sue finalità.

In base a quali canoni sceglierà di far accoppiare la tal femmina col tale maschio?

• Rispondenza allo standard (Bellezza espositiva)

• Malattie genetiche (Salute)

• Carattere (Temperamento)

• Capacità di lavoro (Versatilità)

Questi criteri purtroppo non tengono conto di ciò di cui ha bisogno la natura, il cui primo fine è mantenere la “variabilità” per garantire la sopravvivenza.

La variabilità genetica

La variabilità o diversità genetica é l'insieme delle differenze genetiche che sono presenti all'interno di una popolazione.

Essa si manifesta attraverso la diversità di caratteri, quali ad esempio il colore degli occhi e del mantello, la statura, il modo di muovere, la resistenza alle malattie ecc..

Consideriamo allora tutti i geni disponibili in una popolazione canina (una razza, nel nostro caso). Ogni gene può manifestarsi attraverso un certo numero di alleli diversi tra loro. L’insieme di tutti gli alleli unici di tutti i geni della popolazione, viene detto “gene pool“ o “pool genetico” (Fig. 1)).

A partire dall’epoca vittoriana, il pool genetico del cane è stato continuamente suddiviso, e continua ancor oggi ad essere ulteriormente (e spesso inutilmente) suddiviso in conseguenza del frazionamento della specie canina in micropopolazioni chiamate a volte “razze”, a volte “varietà”.

Il pool genetico non ha alcuna relazione con il numero di individui. Ci sono razze che conservano un pool genetico molto ampio pur avendo un limitato numero di individui. Un esempio che ci aiuta a capire è quello del Chesapeake Bay Retriever. Lo standard di questa razza ammette una vasta gamma di dimensioni, mantelli e colori ed anche, per quanto riguarda la capacità di lavoro, vari stili di caccia. Questo ha permesso ad ogni allevatore di continuare a lavorare con un particolare ceppo che meglio si adatta alle locali condizioni di caccia, consentendo quindi la sopravvivenza di individui e ceppi diversi all’interno della razza stessa, ossia favorendone la variabilità.

L’istituzione dei registri dei cani di razza in tutto il mondo non ha operato certamente in questa direzione. I cani sono ammessi alla registrazione solo se sono già registrati i loro genitori.

Questo sistema ha determinato un aumento, ad ogni generazione, dei valori del coefficiente di inbreeding (COI) ed una conseguente perdita di diversità. In tal senso operano purtroppo anche le spinte che arrivano da certe categorie di allevatori tendenti ad emarginare o mettere fuori legge alcune varietà.

Ma perché è così importante la diversità genetica? Vediamo come possiamo spiegare, con un esempio facilmente comprensibile, cosa accade quando una razza, già a “rischio diversità genetica”, viene ulteriormente suddivisa.

Supponiamo che su due isolette vivano due popolazioni isolate, ciascuna con il suo pool genetico. Tre soggetti (che possono essere anche 30, 300 o 3000, il numero non cambia il pool genetico!) con un pool genetico dato da a1-a2-b1, e due (o 20, o 200, o 2000) con un pool genetico dato da a1-b1 (Fig. 2).

Supponiamo ora che per qualche motivo un terzo della Popolazione 1 migri sull’isola 2. Un caso verosimile potrebbe verificarsi quando quegli individui, essendo di un colore non più accettato dallo standard di razza, viene escluso dalla riproduzione (Fig. 3).

Come si vede dalla figura, la Popolazione 1 è diminuita di 1 (o di 10, o 100, o 1000) ed ha visto anche ridursi il suo pool genetico. La Popolazione 2 vede aumentare il numero degli individui presenti sull’isola ed in questo caso (ma non è automatico) vede anche un incremento del suo pool genetico.

Supponiamo che quell’allele “a2” che la Popolazione 1 ha perduto, portasse, insieme ad uno strano colore del mantello, non più ammesso dallo standard, anche la capacità di resistere ad una grave malattia genetica. La Popolazione 1, privata di quell’allele, ha perduto ogni capacità e futura possibilità di combattere la malattia. Ha perduto perciò gran parte della sua potenziale capacità di sopravvivenza.

Ciò che abbiamo ipotizzato con un esempio piuttosto semplice è già accaduto nella storia dell’umanità e citando alcuni esempi ci renderemo conto dei danni che può causare.

a) Grande carestia irlandese del 1845

La patata (Solanum tuberosum) è una pianta di origine sudamericana importata in Europa intorno al 1530. Nella prima metà del 19° secolo essa costituiva l’alimento base per le popolazioni rurali dell’Irlanda. Nel 1845 cominciò a diffondersi in quella regione una malattia nota come “peronospora della patata”. Poiché tutte le patate d’Irlanda discendevano dal quel piccolo numero di patate importate inizialmente, esse avevano scarsa diversità genetica. Per questo motivo la pianta presente in Irlanda non possedeva le difese necessarie per combattere la malattia e quasi tutte le piante di patate del paese morirono. Ciò provocò in Irlanda, negli anni tra il 1845 e il 1852, una grande carestia, le cui conseguenze tragiche furono circa un milione di morti tra la popolazione più povera ed una massiccia emigrazione verso gli Stati Uniti.

b) Epidemia del mais negli Stati Uniti del 1970

Un altro esempio é dato dall’epidemia, causata da un fungo (bipolaris maydis) che nel 1970 distrusse il 15% del raccolto di mais negli Stati Uniti, arrivando anche a punte del 50% in alcuni Stati del Sud. Le perdite economiche furono stimate intorno ad un miliardo di dollari. Poiché tutte le varietà di mais erano geneticamente simili, nessuna di loro aveva i geni in grado di combattere quel fungo.

c) Estinzione degli Asburgo

L’ultimo esempio riguarda invece l’uomo. Nel 2009 é stato pubblicato sulla rivista “PLOS One” un articolo intitolato “The Role of Inbreeding in the Extinction of a European Royal Dynasty”, in cui sono riassunti i risultati di uno studio condotto da alcuni ricercatori dell’Università di Santiago di Compostela in Spagna. Questo studio ha potuto dimostrare che la causa principale della fine degli Asburgo di Spagna furono i frequentissimi matrimoni tra consanguinei, che nell’arco di due secoli intaccarono fortemente la diversità genetica della dinastia. I ricercatori hanno analizzato la genealogia di 3.000 membri della dinastia, corrispondenti  a 16 generazioni, calcolando la probabilità di ciascun individuo di ricevere due forme identiche del medesimo gene a causa della presenza di antenati comuni nei genitori. Si è così visto che nella famiglia degli Asburgo il coefficiente di inbreeding è cresciuto di generazione in generazione passando dallo 0,025 di Filippo I, nato nel 1478, allo 0,254 di Carlo II morto nel 1700. Un così alto coefficiente di inbreeding indica un maggior pericolo di malattie ed anomalie genetiche, cosa provata dal fatto che nella famiglia degli Asburgo si registrava una mortalità infantile del 50%, rispetto al 20% dei villaggi spagnoli.

Il ruolo dei Kennel Club nel problema della perdita di diversità genetica

Le razze furono create dall’uomo per selezionare popolazioni di cani formate da individui specializzati in un certo tipo di lavoro e per fare in modo che queste loro capacità potessero essere messe al suo servizio nella vita quotidiana, nel lavoro, nello sport, nel tempo libero. Da questo punto di vista l’importanza sociale delle razze canine è fondamentale.

Ma osserviamo la tabella 1 in cui sono riportati (razza più, razza meno) i numeri delle razze canine riconosciute dai principali Kennel Club del mondo:

 

Appare evidente che in qualche caso si è abusato del concetto di razza, esasperandone la definizione.

Negli ultimi anni gli stessi organi esecutivi della FCI hanno ammesso che il numero di razze ufficialmente riconosciute è troppo alto.

Il Prof. Bernard Denis (Commissione scientifica della FCI) ha a sua volta ammesso che "molte delle razze riconosciute attualmente sono in realtà, da un punto di vista scientifico, delle varietà".

Ci sono però nel mondo popolazioni di cani non ancora riconosciute come razze, per cui, l'unico modo per evitare di gonfiare oltre misura il numero di razze è quello di ampliare il concetto di "varietà". Incoraggiare cioè il riconoscimento di nuove varietà, piuttosto che di nuove razze, in modo da poter ufficializzare il fatto che oggettivamente esistono popolazioni di cani simili tra loro, conservando contemporaneamente la variabilità delle razze.

Oggi, infatti, anche i genetisti si chiedono se mantenere la purezza delle razze non sia in contrasto con il mantenimento della loro salute, a causa dei pool genetici ridotti e della consanguineità e, poiché oggi ci sono molte più informazioni scientifiche di un secolo fa, anche gli Enti cinofili hanno preso atto della situazione e tratto le dovute conseguenze.

Cosa hanno fatto allora questi ultimi per affrontare il problema della perdita di diversità genetica nelle razze pure canine?

1) L’American Kennel Club

L’American Kennel Club fu fondato il 17 settembre del 1884 con l’intento di custodire la purezza dei cani di razza. Nei primi anni ogni cane che somigliava ad una certa razza poteva essere registrato come membro di quella razza, ma dal 1887 solo i figli di cani iscritti poterono a loro volta essere registrati. Così nel libro genealogico dell’AKC sono inizialmente entrati cani che avrebbero fatto inorridire qualche nostro purista delle razze.

Già nel 1945 l'AKC autorizzò l’iscrizione di cuccioli figli di una coppia di Saluki allevati dal re Ibn Saud dell'Arabia Saudita. Come ancor oggi, infatti, i Saluki vivevano nelle loro terre d'origine ed i beduini che li custodivano conoscevano a memoria la loro genealogia, ma non erano in possesso di alcun documento che potesse confermarlo.

Successivamente, nel 1988, l’AKC autorizzò la registrazione di una cucciolata di Basenji non iscritti, ma importati direttamente dallo Zaire. Lo scopo, ancora una volta, aumentare la diversità genetica di una razza con un pool genetico eccessivamente ridotto.

Anche il riconoscimento di altri Registri Nazionali può essere un modo di allargare il pool genetico, e l’AKC ne riconosce diversi che possono fornire un importante apporto di nuovi geni per le varie razze: Society for the Perpetuation of Desert Bred Salukis, Dog Stud Book, International Foxhunter Stud Book, National Beagle Club of America, National Greyhound Association.

Ma l’AKC ha fatto ancora di più per favorire la variabilità genetica. Nel 1988, su richiesta del club di razza del dalmata, ha autorizzato l'accoppiamento di un dalmata con un pointer allo scopo di introdurre nel pool genetico del dalmata i geni per il normale metabolismo dell'acido urico. Il piano poi fallì per l’opposizione dello stesso Club di razza, ma lo sforzo fatto per salvaguardare la variabilità genetica fu, in quell’occasione, il massimo possibile.

2) Il Kennel Club

Il Kennel Club dà molta importanza alla condizione sanitaria del cane. Per statuto il suo scopo è quello “di assicurare a tutti i cani una vita felice ed in salute insieme con i loro proprietari responsabili”.

Il Kennel Club si è reso conto del fatto che le razze pure hanno pool genetici eccessivamente limitati, per i quali il rischio di ereditare un set di geni pericolosi è enormemente aumentato negli anni, facendo dilatare il rischio di proliferazione di malattie genetiche. Per questo motivo si è dato regole rigide ed assolutamente rivoluzionarie, che vanno nella direzione di tutelare la salute del cane e la diversità genetica, dunque di migliorare la selezione. Per questo motivo il Kennel Club rifiuta la registrazione di più di quattro cucciolate nella vita di una fattrice. Esso infatti ritiene insufficiente il limite legale del numero di cucciolate per fattrice che è di sei. Inoltre, dal 1° gennaio 2012, non é più possibile registrare una cucciolata nata da una cagna che ha già avuto due tagli cesarei.

Per sensibilizzare gli allevatori circa il problema della diversità genetica, il Kennel Club, in collaborazione con l'Animal Health Trust, ha messo a disposizione degli allevatori un data base, chiamato Mate Select, con lo scopo di mostrare loro l'impatto di un potenziale accoppiamento sulla diversità genetica della razza. Il Kennel Club e l’Animal Health Trust stanno infatti monitorando le dimensioni effettive delle popolazioni di cani di razza pura ed il loro pool genetico.

Il fatto che le dimensioni del pool genetico di ogni singola razza sia divenuto problema prioritario per garantire la salute della razza stessa è provato da alcune decisioni prese dal Kennel Club.

E’ stata accettata la registrazione di un dalmata importato dagli Stati Uniti nato da un intenzionale incrocio con un Pointer, eseguito in quel paese come parte di un programma volto a introdurre il normale gene dell’acido urico nella razza dalmata.

Per lo stesso motivo di fondo é stata accettata l’ibridazione di un Bull Terrier con un Bull Terrier Miniature per superare il problema della lussazione primaria del cristallino (PLL) nel Miniature, malattia presente in tutti i terrier e dovuta ad un gene mutato.

E’ stata anche autorizzata l’introduzione di un Bloodhound non iscritto su una linea di Bloodhound registrati e l'ibridazione delle varietà di Pastore belga al fine di aumentare i loro pool genetici.

Infine, cosa più importante di tutte, è ora permessa la Registrazione dei cani di parentela non verificata (ma riconosciuti come appartenenti ad una data razza) al fine di aumentarne la diversità genetica.

3) La Fédération Cynologique Internationale

Anche la FCI ha preso coscienza del problema della variabilità genetica nelle razze ed ha emanato, il 9 gennaio 2012 la circolare 04/2012 in cui dice testualmente: “La FCI incoraggia incroci tra le varietà di razza al fine di aumentare il pool genetico e migliorare la salute del cane: non è salutare, nell’allevamento del cane, avere popolazioni troppo ridotte”.

Nell’effettuare questi incroci tra le varietà di razza, la FCI raccomanda che le linee guida siano concordate in collaborazione con il paese d'origine della razza e il paese proponente sotto la supervisione delle FCI Scientific & Breeding Commissions.

La situazione italiana del Rough Collie

La situazione della razza in Italia è mostrata nel grafico che segue, che riporta il numero di iscrizioni al ROI negli anni dal 2002 al 2012. Sono i dati ENCI attualmente disponibili. Come si vede, sono numeri pericolosamente bassi, dentro i quali è però possibile cogliere qualche vago segno di ripresa.

 

Del resto, è intuitivo che la situazione numerica della razza non può prescindere da quella economica del Paese, per cui possiamo con qualche speranza supporre che la razza possa presto avvantaggiarsi da un auspicabile miglioramento della situazione economica.

Intanto, per ora, la situazione è quella mostrata, e sottolinea in maniera ancora più evidente la necessità di lavorare tenendo conto della variabilità genetica, visti i limitati numeri in campo. La dimensione ridotta di una popolazione, infatti, favorisce la deriva genetica che, essendo legata alla casualità, non sempre agisce in favore del “migliore”.

Variabilità genetica del Rough Collie in Italia

Prendendo spunto dalla ricerca condotta per un suo precedente articolo (Risultati di uno studio sulla variabilità genetica nel Pastore scozzese a pelo lungo) la dott.ssa Di Costanzo ha voluto estendere i risultati ottenuti ad un campione rappresentativo di tutta la popolazione di collie italiani. Per farlo è stato necessario aumentare il numero di soggetti di partenza, prendendo in esame i pedigree di 6 cuccioli di pastore scozzese a pelo lungo nati in Italia nel 2013, in allevamenti diversi, la maggior parte dei quali con almeno un genitore importato da allevamenti esteri.

Nel grafico di figura 5 sono stati inseriti i sei collie di partenza. Ad ogni soggetto (indicato da un numero di colore bianco) arrivano due linee, una rossa (linea paterna) e una gialla (linea materna) che portano ai due genitori e ne dipartono linee che portano ai figli. Ogni soggetto perciò viene inserito una sola volta ed il primo dato che appare, quanto mai allarmante, è che é stato possibile catalogare per il primo cucciolo ben 2700 nuovi antenati, ma questo numero è drasticamente sceso a 600 per il terzo cucciolo, fino a ridursi a 60 per il sesto.

In parole più semplici, in un pedigree fatto di soggetti non parenti tra loro, noi avremmo 1 soggetto di partenza e 2 genitori, 4 nonni, 8 bisnonni e così via 16, 32, 64 ecc., ossia, andando indietro nelle generazioni, il numero di soggetti diversi dovrebbe aumentare, mentre nel nostro caso diminuisce, ad indicare che i nuovi riproduttori sono sempre di meno.

 

La densità delle linee nella parte bassa del grafico indica proprio questo, ossia che si sono ottenuti un gran numero di cuccioli da un numero limitato di riproduttori.

Il significato pratico di questi dati é che troppo spesso, nella storia di questa razza, pochi stalloni sono stati utilizzati intensamente, perché quando un esemplare possiede notevoli pregi (generalmente “estetici”) e mostra di avere qualche capacità di trasmetterli ai propri figli, gli allevatori ne ricercano l’uso per introdurre le sue qualità nelle loro linee di allevamento. La conseguenza di ciò è un pericoloso aumento della parentela media nella popolazione ed una riduzione della variabilità genetica nella razza.

E’ proprio quello che è successo al Rough Collie!

I dati ricavati dallo studio del grafico sono riportati nella tabella che segue.

 

La ricerca ha richiesto la catalogazione di ben 3.922 soggetti, con un coefficiente di consanguineità medio dell’11,72% ed un incremento del 3,69% nel passaggio da una generazione all'altra. Inoltre, nelle ultime 28 generazioni (quelle a noi più vicine nel tempo) la percentuale dei soggetti parenti tra loro non è mai scesa al di sotto del 90%, risultando addirittura del 100% nelle ultime 15 (tutti i soggetti presenti in queste generazioni sono parenti tra loro) con un coefficiente di consanguineità sempre superiore al 25%, lo stesso coefficiente che c’è tra nonno e nipote o tra due soggetti con un genitore in comune! I risultati sono sintetizzati nel riepilogo che segue:

Numero di soggetti: 3.922

Consanguineità media: 11,72%

Parentela media per generazione: 10,92%

Incremento della consanguineità per generazioni: 3,69%

Naturalmente è ovvio che tra soggetti appartenenti ad una stessa razza si abbia un coefficiente di consanguineità superiore a zero, poiché quando si “crea” la razza si parte da un numero limitato di individui, in caso contrario la razza non potrebbe avere quell'omogeneità estetica e caratteriale necessaria per essere definita tale. Ciononostante, i valori rilevati sono pericolosamente elevati e gli allevatori non possono più ignorare questo problema.

In un suo articolo (Allevare per il futuro) l’allevatrice inglese Angela Harvey elenca i molteplici problemi provocati da un coefficiente di inbreeding troppo elevato. Fattrici con uno scarso “istinto materno”, aspettativa di vita ridotta, aumentata predisposizione alle infezioni, più elevati livelli di ansia e di nervosismo, aumento dell’incidenza di problemi di pelle e di pelo, ridotta fertilità sia nei maschi che nelle femmine, alta incidenza di problemi alla nascita. Cani con un coefficiente di inbreeding del 30% o superiore, dice ancora Angela Harvey, hanno una probabilità del 50% in più di morire a meno di 9 anni, mentre cani con un coefficiente di inbreeding inferiore al 15% hanno molte più probabilità di avere un’aspettativa di vita di almeno 13 anni.

Obiettivo sopravvivenza

A molti allevatori di cani il discorso sulla diversità genetica potrà sembrare astratto e lontano dai loro problemi quotidiani, eppure, come tutti i Kennel Club del mondo hanno ammesso, esso è della massima importanza. E’ in gioco la sopravvivenza stessa delle razze.

Un’indagine condotta negli ultimi anni in 16 Paesi ha dimostrato che sul nostro pianeta il 25% delle specie di primati è a rischio estinzione; che in Europa sono in pericolo il 42% dei mammiferi, il 15% degli uccelli, il 45% delle farfalle, il 30% degli anfibi, il 45% dei rettili, il 52% dei pesci di acqua dolce; che in Italia si sono già estinte 10 specie di uccelli, 1 di mammiferi, 2 di rettili; che 400 specie viventi sono a rischio di estinzione (dati ISPRA). Tra le cause principali, oltre ai cambiamenti climatici, all’inquinamento, all’eccessivo peso della caccia e della pesca, vi è la diminuzione della diversità genetica.

Riteniamo che i Kennel Club, che pure hanno cominciato da tempo ad occuparsi seriamente del problema, dovrebbero concentrare i loro sforzi nel sensibilizzare gli allevatori su questo vitale problema.

In una nota alla sua opera “THE ORIGIN OF SPECIES” (1866) Charles Darwin riportava questo brano della “FISICA” di Aristotele:

“Ma nasce un dubbio: che cosa vieta che la natura agisca senza alcun fine e non in vista del meglio, bensì come piove Zeus, non per far crescere il frumento, ma per necessità (difatti ciò che ha evaporato, deve raffreddarsi e, una volta raffreddato, diventa acqua e scende giù: e che il frumento cresca quando questo avviene, è un fatto accidentale)? E, parimenti, quando il grano, poniamo, si guasta sull’aia, non ha piovuto per questo fine, cioè affinché esso si guastasse, ma questo è accaduto per accidente. E, quindi, nulla vieta che questo stato di cose si verifichi anche nelle parti degli esseri viventi e che, ad esempio, per necessità i denti incisivi nascano acuti e adatti a tagliare, quelli molari, invece, piatti e utili a masticare il cibo; ma che tutto questo avvenga non per tali fini, bensì per accidente. E così pure delle altre parti in cui sembra esserci la causa finale. E, pertanto, quegli esseri, in cui tutto si è prodotto accidentalmente, ma allo stesso modo che se si fosse prodotto in vista di un fine, si sono conservati per il fatto che per caso sono risultati costituiti in modo opportuno; quanti altri, invece, non sono in tale situazione, si sono perduti o si van perdendo, come quei buoi dalla “faccia umana” di cui parla Empedocle”.

Con queste parole, ventitré secoli fa, Aristotele aveva gettato le basi della selezione naturale, affermando che è il caso che detta le leggi della natura, ma è la variabilità genetica, ossia la possibilità che all’interno di una specie si trovino tutte le possibili varianti per affrontare qualunque evento negativo si verifichi, che fa sì che esse possano sopravvivere. Il miglioramento delle razze canine (anche del Rough Collie) primo dovere di ogni allevatore, non può ormai più prescindere da questo problema.