Ultimo aggiornamento:
02.10.2018 14.49
 
   
 
 
17 ottobre 2016
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il collie della città perduta

di  Lucio Rocco

 

I manoscritti che riportavano la cronaca vera della “colonizzazione” spagnola del continente americano, scritti nel XVI secolo e per caso finiti a Napoli nelle mani del misterioso alchimista Raimondo de Sangro, Principe di Sansevero, e da qui trafugati per poi essere ritrovati nell’archivio dei Savoia, furono tenuti nascosti per secoli da chi la Storia la scrisse da vincitore.

Ma ci sono altre storie dentro la Storia, e di queste i vincitori poco si occupano. Noi vogliamo raccontarne una quasi sconosciuta, anche se ancora tutta da verificare ed approfondire.

Nella tarda primavera del 1911 il Prof. Hiram Bingham, insegnante di Storia latino-americana all’Università di Yale ed archeologo per caso, partì alla ricerca di Vilcabamba, la “Città Perduta”, il luogo segreto in cui avevano trovato rifugio gli ultimi Incas sfuggiti agli Spagnoli. Quando credette di aver raggiunto la meta delle sue ricerche trovò invece Machu Picchu. Tuttavia Machu Picchu non era Vilcabamba, e non era neanche tanto perduta visto che al suo arrivo Bingham vi trovò un insediamento di alcune famiglie di contadini.

La vista che si presentò agli occhi dei componenti della spedizione li lasciò a bocca aperta.

Machu Picchu sorgeva in cima ad una parete rocciosa a picco sul letto del fiume Urubamba, a 2350 metri di altezza; una città grandiosa, edificata, chissà come, su uno zoccolo della montagna. Gli edifici, costruiti con tecniche sorprendentemente antisismiche, erano fatti di grandi massi tagliati meticolosamente ed incastrati tra loro con estrema cura e precisione, nonostante pesassero parecchie tonnellate. Una tecnologia che ha dell’incredibile per un popolo che non conosceva ancora la ruota!

La città risaliva probabilmente al regno dell’Imperatore Pachacutec (1380-1460), il periodo di massimo splendore della civiltà Inca, ovvero meno di un secolo prima che Colombo aprisse la strada agli sgherri della cattolicissima Isabella, che la provvidenziale morte di Papa Innocenzo VIII rese unica beneficiaria dell’oro degli Incas.

Sospesa tra terra e cielo, Machu Picchu era il santuario ideale per un dio vivo, generoso ed amorevole, un enorme tempio dedicato al Sole e abitato dalle sue sacerdotesse. Un luogo quasi irraggiungibile da qualsiasi posto della terra, ma non dal cielo!

Il Prof. Bingham tornò nuovamente a Machu Picchu nel 1912, con mezzi più adeguati e dopo che il suo governo si fu assicurato la collaborazione delle autorità peruviane. Fu in quell’anno che fece la maggior parte delle sue scoperte.

Non furono trovati tesori nascosti, come si era sperato, ma soltanto ceramiche ed altri piccoli oggetti di uso comune, insieme a tante mummie, che avvalorarono l’ipotesi che si trattasse di un luogo di culto in cui le sacerdotesse del dio Sole vivevano, morivano e venivano sepolte. Lo conferma il fatto che delle oltre 160 mummie ritrovate, ben 140 erano resti di persone di sesso femminile.

I tanti misteri che circondano questa civiltà sono destinati a rimanere insoluti, così come gli innumerevoli segreti legati alla sua fine. Gli Incas, infatti, non conoscevano la scrittura, nonostante adoperassero un complicato sistema di nodi su corde colorate fatte di lana di alpaca o di lama.

Il più importante sito di sepolture trovato da Bingham fu una terrazza sostenuta da un muro di pietra e sovrastata da un’enorme roccia di granito grigio, cui si accedeva mediante due rampe di scale. La sua posizione, dominante sul resto della città, fa pensare ad un luogo utilizzato per le cerimonie religiose. Sotto il suo pavimento furono trovate alcune tombe, la più interessante delle quali fu contrassegnata con il numero 26: probabilmente la sepoltura della Madre Superiora.

Nella tomba furono rinvenuti lo scheletro di una donna di mezza età, seduta in posizione contratta, con accanto piccoli oggetti personali e vasi di terracotta. Poco più in là, lo scheletro del suo cane.

Tra gli oggetti personali furono ritrovati due lunghi spilloni e delle pinzette di bronzo, testimonianza di una frivola quanto antica civetteria femminile, insieme a una specie di piccolo cucchiaino di bronzo recante il disegno della testa di un uccello in volo. C’erano poi frammenti di tessuti di lana, due anfore con le fattezze di volti umani, ed un paiolo con un bassorilievo rappresentante un serpente. L’oggetto più interessante era uno specchio concavo in bronzo, forse usato per impressionare gli ingenui contadini del posto.

Ma è sui resti di quel cane che vogliamo indagare, perché con ogni probabilità rappresentano qualcosa che non ci saremmo mai aspettati di trovare.

Il dott. George F. Eaton, osteologo della spedizione Bingham, così lo descrisse nel 1916 nel suo lavoro di catalogazione del materiale ritrovato a Matchu Picchu, The collection of osteological material from Machu Picchu:

"Questo animale era di un tipo simile ai cani Inca peruviani dall’aspetto di collie, descritti dal Dr. Nehring con il nome di Canis Ingae pecuarius”.

In realtà, come riferì lo zoologo americano Glover M. Allen nel 1920, era stato il naturalista svizzero Johann Jakob von Tschudi (1818-1889) il primo ad usare, nel 1844, il nome latino di “Canis Ingae”, e lo aveva descritto come un cane dal pelo lungo e ruvido, con la testa piccola, il muso appuntito e le orecchie piccole, triangolari ed erette. Il corpo era piccolo e forte, le gambe piuttosto corte e la coda lunga e folta. Solitamente era di colore giallo-ocra con sfumature scure. Il cranio era piuttosto grosso in proporzione alla taglia.

Quaranta anni dopo Von Tschudi, il paleontologo tedesco Alfred Nehring (1845-1904), riferendo di mummie di cani ritrovate nel 1885 nell’antica necropoli di Ancon, in Perù, diceva che erano di un tipo simile al collie e li chiamò con il nome di “Canis Ingae Pecuarius” (“Long-haired Inca dog”, in inglese e “Perro Inca de pelo largo”, in spagnolo). Questo cane aveva pressappoco le dimensioni di un piccolo collie, ma era molto più proporzionato. Il mantello era folto, più corto sulla testa e sulle zampe, ma molto abbondante sul collo e sul petto dove formava una specie di criniera. Era di colore giallo chiaro, con parti irregolarmente macchiate di bruno. La coda folta, era anch’essa gialla. Nella maggior parte degli esemplari le orecchie sembravano essere state tagliate.

Ma quale era l’origine di questo cane che molti studiosi giudicarono somigliante al collie?

Quando, nel 1492, Cristoforo Colombo arrivò nel Nuovo Mondo, vi trovò un popolo che gli etnologi ritengono di origine asiatica, arrivato in quelle terre insieme agli animali, cani compresi, come da sempre è accaduto nelle migrazioni dei popoli. Pertanto è ragionevole supporre che i cani degli Incas fossero i discendenti di quei cani asiatici, ma le cose potrebbero essere andate diversamente.

Nel 1955, la Dr. Madeleine Friant (1929-2011) del Laboratoire d'Anatomie Comparee del Muséum de Paris, pubblicò a Zurigo uno studio intitolato Du Chien Néolithique de Bundsö (Danemark) au Chien des Vikings et au Chien des Incas. In questo studio vengono comparati i reperti di vari ritrovamenti, ed il confronto evidenzia una notevole somiglianza anatomica tra i cani Inca precolombiani ed il cane di Bundsö, un piccolo cane da pastore originario dei Paesi Scandinavi, risalente a circa il 3000 a.C., i cui resti erano stati trovati a Bundsö, nell’isola danese di Als.

Secondo la Dr. Friant, verso la fine del X secolo, i Vichinghi, partendo dalla Scandinavia, raggiunsero la Groenlandia. Un secolo dopo, scendendo sempre più a sud, arrivarono nell’isola di Terranova da dove raggiunsero il Canada ed infine si spinsero fino alla parte settentrionale degli Stati Uniti. Sulle loro imbarcazioni viaggiavano i loro animali ed i loro cani.

E’ probabile che i Vichinghi si siano spinti sempre più a sud fino all’America meridionale, o più semplicemente che essi abbiano incontrato le tribù indiane che abitavano gli stessi luoghi del Nord America e che siano state queste a portare più a sud i cani sottratti ai Vichinghi. Lì quei cani si sarebbero mescolati ai cani di origine asiatica che in precedenza avevano forse colonizzato quelle terre. In ogni caso, la somiglianza anatomica trovata dalla Dr. Friant tra i cani Inca e quello di Bundsö proverebbe la discendenza del Canis Ingae Pecuarius dal cane da pastore dell’isola di Als.

Se questa ipotesi è corretta, il cane della tomba 26 discendeva dai cani asiatici, ma ancor più da vicino da un cane da pastore europeo arrivato nell’America del Sud dalla Scandinavia.

D’altra parte, tornando un po’ indietro nel tempo, va ricordato che verso la fine dell'ottavo secolo gli stessi Vichinghi si erano spinti fino alle Ebridi, ed un secolo dopo avevano invaso le isole Shetland.

Dunque, prima del salto nel Nuovo Mondo, i Vichinghi avevano sicuramente incontrato gli antichi cani da pastore dalla cui evoluzione sarebbe nata la nostra razza, tra cui i cani delle isole Shetland e quelli di Iona, nelle Ebridi, di cui nel VII secolo Adamnanus parlò nella Vita di San Colombano.

E poiché abbiamo citato Iona, non possiamo non ricordare anche il viaggio del monaco Brendano di Clonfert avvenuto nel VI secolo, le cui cronache furono raccolte durante il Medio Evo nella Navigatio Sancti Brendani. Amico di Santi, e Santo lui stesso, partì con la benedizione di San Colombano alla ricerca della mitica “Tír na nÓg”, la Terra dell’Eterna Giovinezza (Terra repromissionis sanctorum). Questo viaggio sarebbe avvenuto quasi 1000 anni prima di Colombo e avrebbe toccato le isole Faroe, l’Islanda, la Groenlandia, Terranova e l’America Settentrionale.

Mancano purtroppo testimonianze attendibili, ma se questa storia fosse vera dovremmo supporre che Brendano abbia navigato sulla rotta dei Vichinghi verso il Nuovo Mondo cinque secoli prima di loro e che dunque i progenitori del collie siano arrivati in America molto prima di Colombo e degli stessi Vichinghi.

Ipotesi fantastiche ed affascinanti, che si intrecciano con i pochi dati scientifici certi e ci fanno amare il piccolo cane sepolto a Machu Picchu, il cane della Città Perduta, che il dio Sole mise a guardia dei segreti dell’infelice popolo degli Incas su una montagna vicina al cielo.

Alla continua ricerca delle radici e della storia della nostra razza, abbiamo visto lungo la strada spuntare nuovi germogli e cadere vecchi rami, tutti amati appassionatamente, tutti difesi strenuamente. Ed ecco che, inaspettatamente, spunta un nuovo ramo. Non abbiamo bisogno di prove scientifiche per coglierne il legame con quanto ci è più caro. Così, il piccolo Collie della Città Perduta é per noi il vecchio amico con cui fare l’ultimo tratto di strada, la nostra guida verso la Terra dell'Eterna Giovinezza.

Nel 1983 Machu Picchu è stata dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità.

 

BIBLIOGRAFIA

Allen Glover M. (1920) Dogs of American Aborigines

Bingham Hiram (1913) The discovery of Machu Picchu

Bingham Hiram (1948) Lost City of the Incas

Domenici Davide e Viviano (2003) I nodi segreti degli Incas

Eaton George F. (1916) The Collection of Osteological Material from Machu Picchu

Friant M., Reichlen H. (1950) Deux chiens pré-hispaniques du désert d’Atacama. Recherches anatomiques sur le chien des Incas

Friant Madeleine (1955) Du Chien néolithique de Bundsö (Danemark) au Chien des Vikings et au Chien des Incas

Meinking Mary (2015) Machu Picchu

Mivart George Jackson (1890) A Monograph of the Canidae

O'Donoghue Denis (1895) St. Brendan the Voyager in Story and Legend