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30 giugno 2016
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l'eredità dell'anima

di  Lucio Rocco

 

Iona è una minuscola isola dell’Oceano Atlantico, quasi solo uno scoglio nell’arcipelago delle Ebridi, in Scozia. Nella lingua dei gaelici scozzesi era chiamata “Ì Chaluim Cille”, che vuol dire “Isola di San Columba”. Ancor oggi è abitata da non più di 200 persone. Nell’anno 563 Columba (o Colombano), esiliato dall’Irlanda, sua terra natale, vi sbarcò con 12 compagni e vi fondò un monastero.

 

Poco più di un secolo dopo, durante le lunghe, gelide serate dell’inverno scozzese, il nono Abate di Iona, Adamnanus, scriveva sulla vita e sui miracoli di San Columba alla luce di lampade alimentate ad olio di foca. In un passo di quella storia egli racconta che i monaci usavano il collie per dare la caccia alle foche.

E’ la prima, vaga ed incerta testimonianza dell’esistenza della nostra razza così come la intendiamo oggi, ma è anche l’inizio della cultura scritta del collie: il lavoro di un cane tramandato attraverso la fatica degli amanuensi.

Anni dopo la fondazione del monastero di Iona, un altro Santo, Brendano, il Navigatore, partì dall’Irlanda dopo essere stato a Iona ed aver ricevuto la benedizione di San Columba. Il racconto dei suoi viaggi è tramandato in antichi manoscritti che nel Medio Evo furono raccolti sotto il nome di Navigatio Sancti Brendani Abbatis. Vi si narra che nelle sue peregrinazioni Brendano raggiunse l’America, toccando le isole Faroe, l’Islanda, la Groenlandia e Terranova, e questo quasi 1.000 anni prima di Colombo e 400 prima dei Vichinghi. Se si potesse provare che Brendano portava con sé dei cani presi a Iona ….

Ma questa è un’altra storia.

Più tardi furono in molti a mettere la loro penna, il loro pennello o il loro genio al servizio della razza, contribuendo a costruire rigo dopo rigo, verso dopo verso, pennellata dopo pennellata, quella cultura la cui conoscenza è l’unica, appassionante strada per comprendere questo cane, apprezzarlo, rispettarlo, in una parola, amarlo.

Passo dopo passo, dunque, questa cultura è stata scritta attraverso un cammino durato secoli, percorso faticosamente insieme, l’uomo e il suo cane, a partire almeno da due millenni prima di Cristo e consolidato nel rapporto strettissimo del pastore con il suo aiutante a quattro zampe che, lungo questa strada, ha rinunciato a molta parte della sua natura per poter essere sempre più utile al suo compagno di viaggio.

Siamo partiti da molto lontano, forse da molto tempo prima che quel seme dal quale è germogliata la nostra razza cadesse nel solco della storia. Ipotesi vaghe, teorie senza prove, ma congetture affascinanti, come quella dello scozzese Rev. Dr. Alexander Stewart (1764-1821) riferita da Harry Panmure Gordon, uno dei fondatori dello Scottish Kennel Club e suo primo Presidente, secondo il quale il fedele Argo, il cane di Ulisse di 3000 anni fa, non era altro che un cane della stessa razza dei cani dei Caledoni rappresentati mille anni dopo nelle scene di caccia della Scozia e dell’Irlanda medievale. Un Collie!

Ricordate l’Odissea?

“Mentre questo dicevano tra loro, un cane

Che stava lì disteso, alzò il capo e le orecchie.

Era Argo, il cane di Ulisse, che un tempo

Egli stesso allevò e mai poté godere nelle cacce,

Perché assai presto partì l'eroe per la sacra Ilio.”

Ipotesi fantasiosa, ma seducente!

Ma i versi di Omero passavano di bocca in bocca diventando un mito, mentre quelli dei suoi eredi venivano scolpiti nella roccia della storia. Così Virgilio (70 a.C.-19 a.C.) nel Libro III delle Georgiche ci parla di quelli che furono i cani da pastore della sua epoca, i “cani dei porcari”:

“Nè de le cure tue restino i cani

L’ultima, o la minor: di pingue siero

Lo spartan velocissimo, e il feroce

Molosso nutrirai. Finchè custodi

Saran questi a l’ovil, notturni ladri

Temer non devi, o di voraci lupi

Insidïoso assalto, o che a le spalle

Stuol ti sorprenda di vaganti Iberi.”

Lasciamo che il tempo scorra lentamente. Ci ritroviamo a mille anni dal presbitero Adamnanus ma in quella stessa terra, la Scozia, ora abitata dai Caledoni, tribù del popolo dei Pitti, una popolazione preceltica che affondava le sue radici nell'Età del ferro. Era un popolo fiero e valoroso, nemico giurato dei romani, i quali capirono ben presto di dover rinunciare all’idea di occuparne i territori. Nella “traduzione” delle poesie di Ossian, scritta nel 1760 da James Macpherson e pubblicate nel volume Fragments of Ancient Poetry collected in the Highlands of Scotland, si legge che Brann, il cane di Fingal, Re dei Caledoni, era "proprio un collie eccezionalmente forte ed intelligente”.

Più o meno in quegli stessi anni un altro poeta inglese, Peter Pindar, pseudonimo di John Wolcot (1738-1819) regalava ai posteri la dolcezza di una delle più belle poesie dedicate al cane da pastore The Old Shepherd's Dog. Pubblicata sul periodico The Scots Magazine nel 1794, essa racconta che il pastore Corin, morendo, chiese di essere sepolto accanto al suo compagno di lavoro e di vita:

“… Oh, seppellitemi, amici, accanto al mio vecchio compagno”

Ma il poeta nazionale di Scozia fu senz’altro il bardo Robert Burns (1759-1796). Il suo amore per quella terra è stato grande quanto la sua poesia, eterno come la gloria che i suoi versi gli hanno procurato nella sua breve vita. Poteva mai dimenticare il cane della sua terra colui che di quella terra narrò ogni palpito di vita? Nella poesia Twa Dogs egli riporta il dialogo tra due cani, uno dei quali proveniente dall’isola “dove i marinai pescano il merluzzo” (Terranova?) mentre l’altro, Luath, il lavoratore, l’umile cane della fattoria, é mirabilmente descritto in questi versi:

“He was a gash and faithfu' tyke

As ever lap a sleugh or dyke.

His honest, sonsie, bausint face

Aye gat him friends in ilka place.

His breast was white, his towzie back

Weel clad wi' coat o' glossy black.

His gawkie tail, wi' upward curl,

Hung ower his hurdies wi' a swurl.”

E qui c’è un altro richiamo ai Caledoni, perché Luath é anche il nome del cane di un altro eroe di Ossian, Cuchullin, l’Ercole irlandese dalla fama eterna e dalla vita breve come quella del poeta.

E che immagine serena è quella che troviamo nella poesia di William Wordsworth (1770-1850) An evening walk del 1793: un pastore guida i suoi cani agitando il cappello da lontano. E’ un quadro dipinto con la penna!

“Waving his hat, the shepherd, from the vale,

Directs his winding dog the cliffs to scale,

The dog, loud barking, 'mid the glittering rocks,

Hunts, where his master points, the intercepted flocks.”

 

Certamente questi versi furono letti anche dal pittore inglese Richard Ansdell (1815-1885) perché rappresentò pressappoco la stessa scena nel quadro Isle of Skye dipinto nel 1856. Ma Skye è un’isola delle Ebridi, come Iona …

Uno dei più grandi naturalisti di ogni tempo è stato sicuramente Thomas Bewick (1753-1828). La sua opera A General History of Quadrupeds, pubblicata nel 1800, è ancor oggi un classico della zoologia; ma egli era anche un ottimo disegnatore dilettante ed in quel libro è pubblicata una sua mirabile incisione del cane da pastore.

Solo 9 anni dopo, il disegnatore Samuel Hovitt (1756-1822) illustrò con il suo lavoro un’altra grandiosa opera, Memoirs of British Quadrupeds, del Rev. W. Bingley. Altrettanto bella è la sua incisione che rappresenta il cane da pastore.

Nel 1876 uno dei più grandi tra i pittori di animali, Briton Riviere (1840-1920) dipinse un quadro affascinante, Pallas Athene and the Herdsman's Dogs.

In quel quadro sono rappresentati i cani pastorali di Omero. Lo stesso pittore dipinse altri due quadri, The Wounded Adonis e Adonis Farewell. E’ molto interessante il colore dei cani lì rappresentati. Ricorda molto da vicino quello dei nostri collie: fulvo o nero, con un collare bianco.

 

Vedete come, solo con pochi esempi, sia possibile ritrovare la cultura della nostra razza? Potremmo citare ancora tanti altri artisti, poeti, scrittori, letterati; se ne potrebbe scrivere un libro intero. Ed è interessante anche notare come non si tratti di casi isolati, ma di episodi che si richiamano e si intrecciano come la trama di un ricamo volta a rappresentare un soggetto comune. Un ricamo intessuto da vari artisti, e James Hogg (1770-1835) fu certo uno dei più grandi. Il “Pastore di Ettrick”, che per anni cantò la terra di Scozia dalle pagine del periodico THE SHEPHERD'S CALENDAR, così descrisse l’utilità di quel cane da pastore:

Senza di lui le montagnose terre tra l'Inghilterra e la Scozia non avrebbero avuto alcun valore. Ci sarebbero volute più mani per gestire un gregge di pecore e portarle al mercato, di tutto il denaro che ci si poteva ricavare.

Sembra che questa terra sia stata prodiga di poeti ed artisti, come se avesse voluto compensare i suoi figli della vita dura loro destinata. Così, uno dei più grandi descrive un cane che veglia il suo padrone morto. E’ Sir Walter Scott (1771-1832) nella poesia Helvellyn:

I climbed the dark brow of the mighty Helvellyn,

Lakes and mountains beneath me gleamed misty and wide;

All was still, save by fits, when the eagle was yelling,

And starting around me the echoes replied.

E’ proprio un collie? Non c’è dubbio, é lo stesso cane del quadro The Old Shepherd’s Chief Mourner, dipinto nel 1829 da Sir Edwin Henry Landseer (1802-1873) quello che veglia la bara del suo padrone e sembra domandarsi: “quanto dura la morte?”

Citiamo per ultimo il dipinto Twa Dogs dello stesso Landseer. E’ necessario dire che sulla tela è rappresentata la poesia di Burns?

Così, attraverso gli anni, siamo arrivati ai tempi della Regina Vittoria. Il collie scozzese era il suo cane preferito e quest’amore si diffuse dalla corte alla società inglese. Carezze regali e plebee!

Nel 1875 George Augustus Holmes (1852-1911) dipinse un quadro che rappresenta un bimbo prono che guarda negli occhi un collie davanti a lui: Can't you talk? (Non puoi parlare?) è il suo titolo, e sembra quasi ricordare l’invocazione di Michelangelo davanti al suo Mosè.

Forse questo genere d’arte, che da sempre ha celebrato la vita dei pastori, il loro lavoro ed i loro strumenti, tra cui il cane, è stata la prima forma d’arte dell’uomo. Non erano forse dello stesso genere le pitture murali, i graffiti e le sculture che fin dall’età della pietra i nostri progenitori ci hanno lasciato in eredità?

Il lavoro è dunque il denominatore comune che ha accompagnato l’uomo ed il cane attraverso le varie epoche, ed è quel lavoro che fa vivere entrambi in armonia con il resto del creato.

Attraverso lo scorrere del tempo l’esistenza dell’uomo è cambiata, sono mutate le condizioni di vita ed i costumi, ma, a ben riflettere, la vita dei pastori è cambiata poco. Il pastore di oggi è pressappoco quello di migliaia di anni fa.

Questo è un fatto meraviglioso, perché continua a regalarci gli stessi motivi di ispirazione, ci consente di riprenderci l'eredità dell'anima ancestrale di questo cane, di non dimenticare più da dove viene, di costruirgli una strada verso il futuro. Consente, a chi a vario titolo si occupa di lui, di essere la guida che riporta all'origine chi si é stancato di vagare.

Teniamo cara l’idea del cane da pastore che lavora per l’uomo, non trinceriamoci dietro il banale pretesto che “tanto, non lavora più …”. Se malauguratamente dovessimo perderla, non avremmo più nulla da cantare, nulla da celebrare, o da dipingere. Non ritroveremmo più la poesia di cui è intrisa la storia e la cultura del collie, perderemmo il significato di molte parole che abbiamo usato per spiegare questo strano rapporto tra il pastore e il suo cane: collaborazione, amicizia, comprensione. Il passato è nascosto dentro di noi, noi ne siamo i custodi, esso è la solida base su cui costruire il futuro.