Ultimo aggiornamento:
02.10.2018 14.49
 
   
 
 
2 settembre 2017
 

il collie di coleman: la storia di un cane

di  M. S. Rockwell

 

from Our Dumb Animals, 1911 - Digitized by Google. Original from Indiana University. Courtesy of Hathi Trust

 

Era uno dei primi giorni caldi di inizio primavera, e dai paesi circostanti gli agricoltori erano arrivati in città per fare varie commissioni inerenti all'avvicinarsi della semina. Era gente rozza, allegra, che si affrettava su e giù per l’unica strada di esercizi commerciali del villaggio, ciascuno con il suo particolare acquisto; uno, un vomere, un altro, un paio di stivali di gomma, mentre altri ancora portavano fagotti e pacchetti con oggetti di uso domestico.

In mezzo a questa folla di uomini allegri e scherzosi vi era John Harbour, il più giovane agricoltore della contea, un uomo alto, dalle spalle larghe, che passeggiava senza meta con le mani sprofondate nelle tasche del suo leggero soprabito mestamente scolorito. Non era venuto in città per affari, ma era stato chiamato per comparire in tribunale. La sua fattoria, una delle più lontane dal centro, confinava in parte con un fienile appartenente a un certo Mr. Hardcastle, un ricco proprietario terriero con la reputazione di uomo estremamente duro e di vicino sgradevole.

Poco tempo prima dell'inizio di questa storia, John stava bruciando l’erba secca nella sua terra. Perse il controllo del fuoco che, avvicinatosi alla terra di Hardcastle, ridusse in cenere uno dei suoi fienili. John si offrì di ripagare il fieno, ma Hardcastle ricordava un certo ceffone che il giovane agricoltore gli aveva dato in un accalorato incontro politico e approfittò di questa violazione della legge sugli incendi nella prateria come mezzo per pareggiare i conti. Questo significava la rovina, perché il tribunale, nel suo zelo di punire l'inosservanza nella gestione degli incendi, avrebbe imposto indubbiamente una pesante ammenda, e Hardcastle sapeva che per pagarla John avrebbe dovuto vendere le sue sementi. Ciò avrebbe reso impossibile avere un raccolto il prossimo anno, e perciò niente soldi con cui pagare le rate in scadenza del suo macchinario; e questo avrebbe comportato l'arrivo dello sceriffo e poi la perdita definitiva della fattoria.

Queste preoccupazioni, insieme al pensiero di una piccola donna graziosa e paziente per la quale stava facendo ogni sforzo per costruire una casa, occupavano la mente del giovane mentre senza meta se ne andava in giro per la città.

“Dodici e dieci”, mormorò quando si fermò davanti alla Bascomb House e guardò l'orologio, “ancora quasi due ore da aspettare”. Tutti erano a pranzo e le strade erano quasi deserte, tranne la panchina di fronte all'hotel che ospitava il solito trasandato gruppo di fannulloni. Fumavano, spettegolavano e sputavano grandi quantità di tabacco sul marciapiede. Nulla sembrava sfuggire alla loro attenzione, e niente era troppo insignificante per una discussione.

"Vedo che Chambers ha acquistato dei nuovi finimenti", disse uno.

"Sì", rispose un altro sfaccendato, “e meno di una settimana fa ha comprato quel carretto. Sembra che il vecchio ci stia andando piuttosto forte nel contare sul raccolto del prossimo autunno".

Harbour ascoltava distrattamente le loro chiacchiere mentre guardava un cane che arrivava trotterellando nel mezzo della strada. L'animale era un bellissimo collie scozzese, e si muoveva con la grazia e la dignità caratteristiche di quella razza. Diversi piccoli cagnacci vennero fuori, abbaiando e cercando di morderlo, ma lui non prestò loro alcuna attenzione, limitandosi a sollevare le orecchie in segno di sorpresa o disprezzo. Era evidentemente estraneo alla città. Ogni tanto si fermava, sollevava una zampa anteriore e puntava il naso verso l'alto come se cercasse di captare una traccia. C'era qualcosa di patetico nei suoi occhi intelligenti mentre si avvicinava ad annusare a turno ciascuno dei vagabondi.

“Molto bello quel cane”, osservò uno di loro.

"Sì, un tipo piuttosto vanitoso, però", azzardò un altro. "Mi chiedo se sarebbe capace di affrontare una lotta".

"Lo vedremo presto" disse il rubicondo albergatore, e senza alzarsi dal suo posto alla fine della panca, allungò una mano ed aprì la porta del bar. "Qui, Bill", chiamò, "ecco qualcosa di buono da mangiare. Vieni fuori e assaggia una zampa!"

"Hai intenzione di lasciarlo al tuo bulldog, Jim"? Sbuffò uno della gang.

"Perché no? Che diritto ha un cane randagio di mettere il naso qua e là in questi posti?" Brontolò il proprietario.

Qualcosa, nella solitudine del povero cane, aveva toccato una dozzina di corde sensibili nell’animo di Harbour, e lui si mosse dall'albero contro il quale era appoggiato, in modo molto provocatorio. Proprio in quel momento gli sembrò che una voce gli dicesse: "Sei un pazzo, John, è stato proprio un capriccio come questo che ti ha messo in difficoltà con Hardcastle, stanne lontano", e l'agricoltore riprese il suo posto vicino all'albero.

Ma il suo cuore era pieno di pietà, poiché vedeva che l'innocente animale stava per essere sacrificato per divertire una folla di sfaccendati senza cuore, che con euforico anticipo cominciarono ridacchiare appena una grossa, scontrosa bestia dagli occhi malvagi uscì lentamente fuori dalla porta. Il corpo ben curato del cane era di colore fulvo e il collare d'ottone sul suo collo era quasi nascosto dalle pieghe di grasso. Lembi di pelle pendevano dalle mascelle quadrate e le sue labbra nere, socchiuse in un ghigno continuo, mostravano i suoi terribili denti.

Il collie sembrava osservare il nuovo arrivato con viva curiosità. Evidentemente non aveva mai visto un bulldog prima e ignorava la sua indole pericolosa. Arcuò il collo, sollevò le orecchie, dimenò la coda e avanzò per far toccare i loro nasi, poi capì.

Senza fare alcun rumore o tradire il minimo segno di collera, il bulldog balzò dritto alla gola dell’inoffensivo straniero. Un morso! Le sue mascelle potenti si chiusero a non più di un pollice dalla gola aggraziata del collie.

Con grande stupore degli spettatori, quel cane insensato, dopo una tale inconfondibile dimostrazione da parte del suo avversario, non cercò neanche di fuggire. Tentò invece un altro approccio amichevole; ma questo fu accolto in modo non più gentile del primo. Poi, le cose cambiarono. La pacifica, curiosa creatura di un momento prima, si trasformò improvvisamente in un animale agile come una pantera, pieno di collera e pronto alla lotta.

L’albergatore rise forte battendo le mani sulle ginocchia. "Mordilo, Bill!" Ruggì, "Mordilo! Mangialo!"

Una folla di gente cominciò subito a radunarsi per vedere cosa stava succedendo. Ancora una volta Harbour si allontanò dall’albero; saggio, o no, era deciso a difendere il cane senza padrone nella sua impari lotta e si mosse come se le sue lunghe gambe fossero montate su molle.

Il cane, i cui antenati avevano scorrazzato sulle colline ricoperte di erica della vecchia Scozia, provò subito che possedeva il cervello arguto della sua razza. Evitò ogni attacco del suo più pesante avversario e, balzandogli agilmente alle spalle, lo morse senza pietà sull'anca e sulla gamba. Il bulldog divenne furioso; la bava gocciolava dalle sue fauci feroci. Di tanto in tanto si precipitava sul suo apparentemente inerme nemico solo per essere ingannato e morso duramente prima di potersi riprendere. I suoi energici sforzi, tuttavia, cominciarono ad avere effetto sul docile collie; il suo salto divenne meno agile, mentre il tenace bulldog, anche se azzoppato e ansimante, sembrava diventare ad ogni istante più feroce.

"Afferra quel codardo di un cane! Basta solo che Bill abbia una presa su di lui", sbraitò il proprietario sbuffando.

Uno dei suoi villani si mosse per obbedire al suo ordine, ma tornò al suo posto in gran fretta e con la scarpa n. 9 di Harbour stampata sul di dietro. Ora il bulldog fece un balzo e quasi bloccò il collie in una presa mortale. I suoi denti luccicanti sfioravano il muso del suo sfuggente avversario. Quest'ultimo afferrò il suo pesante contendente per la zampa posteriore, accanto alla dolorosa ferita, e con un veloce strappo laterale, lo rotolò sulla sua schiena larga. Per qualche istante ci fu una massa confusa di animali che lottavano e ringhiavano; poi il collie balzò in piedi, e il bulldog si alzò lentamente, con un lungo squarcio rosso nel fianco, e una delle zampe posteriori penzolante e rotta. Vedendo questo, l’albergatore afferrò una pesante trave di legno e si precipitò verso il collie vittorioso. Ma si fermò improvvisamente.

"Oh no, non farlo, amico mio!" Disse Harbour. "Tu e il tuo cane avete iniziato questo pasticcio, ora tu e il tuo cane prenderete quello che vi capita. L'uomo che mette un dito su quel cane per fargli del male, sentirà il peso di questi”, disse brandendo un paio di pugni giganteschi.

Nessuno si mosse o parlò e il collie, che in quel momento doveva aver trovato qualche traccia del suo padrone, corse via, con la stessa aria innocente e impassibile che aveva caratterizzato il suo arrivo. L’albergatore afferrò per il collare il suo cane battuto e piagnucolante  e lo tirò dentro; la folla di gente che stava lì intorno, lo derise appena fece così.

Harbour si trovò ancora una volta da solo e si sentì mancare mentre si dirigeva verso il vecchio capannone che serviva da municipio. Il suo guaio, dopo la breve emozione attraverso cui era appena passato, sembrava più serio che mai, e il suo spirito si demoralizzò ancora di più, mentre procedeva.

Una leggera pressione sul braccio lo fece rapidamente girare. C'era un uomo magro, dall’aspetto impaziente, Hardcastle.

"Beh?" Chiese il giovane contadino, bruscamente.

"Io, io credo, John", disse Mr Hardcastle con una leggera esitazione nervosa, "credo che noi possiamo dimenticare la storia dell’incendio. Sono appena stato giù ed ho ritirato l’accusa. Non prenderti disturbo sulla questione del fieno, il fieno costa poco questa primavera, e comunque me ne è rimasto molto. Per di più le mie squadre finiranno presto la semina e, se tu hai bisogno di aiuto, vieni da me. Voglio seppellire l'ascia di guerra, ecco qua la mia mano".

John sbarrò gli occhi in un muto stupore mentre gli dava meccanicamente la mano, appena lui disse così.

“Io, Io, Io ... Perché? Per che cosa?" Riuscì finalmente a balbettare.

Mr. Hardcastle si fermò a cavalcioni della fiancata del carro su cui si stava arrampicando. "Guarda", disse, e nei suoi piccoli occhi grigi spuntò l’inconfondibile segno di una lacrima quando indicò il sedile a molle dove, raggomitolato comodamente sopra il soprabito del suo padrone, era accucciato l’intelligente collie della precedente lotta con il bulldog, che teneva tra i denti le redini dell’inquieta pariglia.

"Era il cane di mio figlio Coleman, ed era con lui quando lo abbiamo trovato morto nella neve lo scorso dicembre, in mezzo alla prateria".

 
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