Ultimo aggiornamento:
02.10.2018 14.49
 
   
 
 
13 ottobre 2017
 

con dickens nel mercato di londra

di  Lucio Rocco

 

Fiere, sagre e mercati hanno sempre esercitato un fascino irresistibile sulla gente. Sarà per l’allegria che si respira tra le bancarelle addossate le une alle altre, o per le stravaganti grida di richiamo dei venditori; sarà per il piacere di rovistare tra le cianfrusaglie accatastate, o magari per la memoria di tempi in cui il commercio non era a portata di mano come oggi. Qualunque cosa sia, però, essa riesce a creare quell’atmosfera magica che da sempre esercita una seduzione accattivante su grandi e piccini.

In uno dei mercati più antichi del mondo, nato circa 1000 anni fa vicino alle antiche mura di Londra, si svolge la nostra storia, del cui insolito scenario Charles Dickens ci fornisce una poco lusinghiera istantanea nel romanzo GRANDI SPERANZE:

“Quando dissi all'impiegato che nell'attesa avrei fatto un giro all'aria aperta, mi consigliò di andare a Smithfield, appena girato l'angolo. Così mi trovai al mercato del bestiame e mi parve che quel posto turpe, reso viscido dallo sporco, dal grasso, dal sangue, dalla bava, mi si attaccasse addosso!”

Era stato William Fitzstephen, nella sua biografia dell’arcivescovo di Canterbury, Thomas Becket, a descrivere per la prima volta, nel 1174, un campo denominato “Smooth Field”, situato accanto al luogo ove era sorta, cinquant’anni prima, la “Chiesa Priorale di San Bartolomeo il Grande”. Alla parola "Smooth", derivata da quella sassone "Smeth", antichi glossari delle parole scozzesi assegnavano il significato di “aequus, planus”, perciò quel luogo era stato chiamato “campo pianeggiante”, o “Smithfield”.

Tra giostre, tornei e duelli, vi si davano appuntamento, ogni venerdì, nobili e cavalieri che esibivano, acquistavano, vendevano e si scambiavano i loro raffinati cavalli di razza. Poco distante si teneva un mercato di prodotti della terra e di animali da carne.

Fin dal 1133 i frati vi avevano organizzato la Fiera di San Bartolomeo, nei tre giorni a cavallo della festa del Santo, il 24 agosto. Dedicata originariamente al commercio di stoffe e tessuti, vi partecipavano i migliori sarti d’Inghilterra. Col tempo, poi, essa divenne occasione di spettacoli, musica, danze, bevute smisurate e conseguenti risse furibonde che ne causarono la soppressione nel 1855, dopo ben 700 anni.

Ma la piazza di Smithfield fu usata anche per esecuzioni ed assassini. Il 23 agosto del 1305 vi trovò una morte atroce l’eroe scozzese William Wallace, il mitico Braveheart del film di Mel Gibson. Fu impiccato e poi squartato, come allora era destino dei traditori, e la sua testa, infilzata su un palo, fu esposta sul London Bridge. Nello stesso luogo, il 15 giugno del 1381, fu ucciso a tradimento Wat Tyler, che aveva guidato la Rivolta dei Contadini. E fu ancora lì che, a partire dal 1555, Maria Tudor, figlia di Enrico VIII, dai protestanti ribattezzata “Maria la Sanguinaria”, mandò al rogo quasi 300 dei suoi sudditi nel tentativo di restaurare la fede cattolica.

Dal 1327, con l’autorizzazione di Edoardo III, il mercato di Smithfield divenne il mercato della carne, provvedimento indispensabile per approvvigionare una città in continua crescita in tempi in cui non era possibile conservare la carne se non salata. Questa tradizione andò avanti per oltre cinque secoli, fino a quando, nel 1852, le proteste popolari non costrinsero il Parlamento a decretarne il trasferimento ad Islington.

Il XIX secolo fu per il Regno Unito un’epoca di grandi trasformazioni economiche e sociali, di rivoluzionarie idee scientifiche e di grandi scoperte tecnologiche; ma fu anche tempo di profonde contraddizioni. Il risultato di questi cambiamenti non fu univoco, ma rese ancora più penosa la condizione dei tanti disoccupati e dei poveri dei grandi centri urbani. La rivoluzione industriale aveva fatto fare un gran balzo in avanti ai sudditi di Sua Maestà la Regina Vittoria, ma si era lasciata dietro una buona fetta di un’umanità troppo debole per avvantaggiarsi della nuova situazione, una specie di corte dei miracoli costretta a vivere ai margini della società, un’umanità degradata che nelle città modernizzate vagava tra mercato e quartieri malfamati.

Nelle strade di Londra Charles Dickens trascorse gran parte della sua vita e fu del suo tempo un osservatore attento, descrivendo nei suoi romanzi ogni strada, ogni vicolo, ogni taverna, insieme alle miserie nascoste e dignitose che lì sopravvivevano. In questo brano, tratto dal suo capolavoro OLIVER TWIST, egli dipinge quello che il mercato di Smithfield fu probabilmente negli ultimi anni della sua esistenza:

“Era una mattina di mercato. Uno strato di fango che arrivava alle caviglie copriva il terreno e un fitto vapore continuava a levarsi dal bestiame maleodorante e mescolandosi con la nebbia che sembrava appoggiarsi alla cima dei comignoli, rimaneva sospeso, greve, in alto. Tutti i recinti al centro del vasto spiazzo e tutti quegli altri recinti temporanei che avevano potuto trovar posto nel rimanente spazio libero erano gremiti di pecore. Legate a pali disposti lungo il rigagnolo, si trovavano tre o quattro interminabili file di buoi. Contadini, macellai, carrettieri, ambulanti, ragazzi, ladri, oziosi e vagabondi della più infima specie si mescolavano formando una massa brulicante. I fischi dei proprietari di bestiame, i latrati dei cani, i muggiti dei buoi, i belati delle pecore, i grugniti e gli strilli dei maiali, le grida degli ambulanti, le urla, le bestemmie e i litigi da ogni parte, i rintocchi delle campane e il vociare che scaturiva da ogni taverna, la folla che sbraitava e urlava spingendosi, incalzandosi, picchiandosi, il frastuono orrendo e discordante che si levava da ogni angolo del mercato e le sagome sporche, squallide, con la barba lunga e non lavate che correvano avanti e indietro, irrompendo fuori della ressa e di nuovo scomparendo in essa, tutto ciò faceva sì che quella scena caotica e turbinosa stordisse i sensi”.

Così si presentava ogni venerdì, alle 4 in punto del mattino, il mercato di Smithfield, quando la città di Dickens riprendeva vita e si animava di quell’umanità a lui più cara che popolava la piazza muovendosi senza sosta tra animali di ogni specie. Accanto alle tante comparse giunte da ogni punto del Regno, vi erano loro, i silenziosi protagonisti di quell’antica rappresentazione, i mandriani di Smithfield con i loro camici blu sopra le giacche di velluto, i fazzoletti rossi annodati al collo ed i morbidi cappelli di feltro. Uomini rudi, dai volti segnati, immagini della fatica e della rassegnazione, mani robuste di persone avvezze a trattare con gli animali più che coi loro simili. E insieme ad essi, i loro cani, animali intelligenti e fedeli, che rendevano possibile un lavoro che gli uomini da soli non sarebbero riusciti a fare. Cani capaci di guidare una mandria attraverso colline e vallate, di fermarla nelle strade di Londra al passare di una carrozza, per poi riprendere un tragitto che i meno giovani tra loro già conoscevano e che gli ultimi arrivati stavano imparando una volta per sempre. Ed ogni volta guardavano i loro padroni come per avere la loro approvazione, fissavano quegli occhi arrossati dalla polvere e dal vento come per leggervi un ordine, un desiderio, un pensiero.

Ma chi erano questi cani?

Furono chiamati in molti modi, “Smithfield Collies”, “Smithfield Sheep Dogs”, “Smithfield Drovers' Dogs”, e con altri nomi simili, ma di loro conosciamo in realtà molto poco. Le descrizioni che ci sono giunte parlano di un cane simile allo “Shepherd’s Dog”, come allora il Collie veniva chiamato, ma più grande, più forte, più feroce, di colore bianco e nero, con le orecchie pendule, il pelo ispido e la coda corta, forse tagliata. Erano più rudi, più chiassosi e aggressivi di un cane da pastore, ed usavano il morso nel loro lavoro. Per secoli avevano percorso miglia e miglia guidando buoi, tori, cavalli, pecore, maiali, tacchini, oche lungo antiche strade romane fino al mercato di Londra, un lavoro che facevano con umiltà e devozione, quasi come una missione.

Ma la vita dei mandriani e dei pastori ha subito nei secoli profondi cambiamenti, così nel 1852 il Parlamento inglese emanò lo "Smithfield Market Removal Act", che decretò il trasferimento fuori città del mercato degli animali vivi. Londra era divenuta una città troppo moderna per permettere a mandrie di bestie irriverenti di attraversare le sue strade. A poco a poco, il ruolo di quei cani divenne superfluo, perché l’evoluzione dei trasporti mise a disposizione sistemi più veloci per trasferire gli animali da lontane fattorie fino ai grandi mercati cittadini. L’inevitabile conseguenza fu la scomparsa di molte razze di cani che il progresso aveva reso ormai inutili.

Così, insieme a quei cani instancabili, che avevano avuto un ruolo non marginale nell’economia dell’intera nazione, sparirono i loro operosi mandriani, svaniti nella nebbia di Londra insieme a quel loro mondo romantico in cui persino il male aveva una dignità ed il bene era una vetta irraggiungibile da scalare con fatica. Quel mondo aveva ispirato le storie di Charles Dickens, le stesse storie che quasi un secolo dopo avrebbero insegnato, ad un ragazzo che in un’altra lontana città guardava con meraviglia le figure del libro che stringeva tra le mani, la capacità di stupirsi, e che ancor oggi lo spingono a raccontare il suo amore per quegli uomini, il loro lavoro ed i loro cani.

E come "Mr Uncommercial”, ne IL VIAGGIATORE SENZA SCOPO, quel ragazzo che leggeva Dickens se ne andò vagabondando qua e là per il mondo, portandosi dietro la nostalgia per un tempo conosciuto solo attraverso le pagine di un libro, insieme alla passione per il più umile degli assidui frequentatori del mercato di Smithfield, quel cane che persino Dickens aveva ritenuto capace di “pensare”:

“Nella piccola bottega di un macellaio di un quartiere fuori mano (non c'è ragione di tenerne nascosto il nome, è vicina a Nottinghill, nel quartiere chiamato Potteries), ho conosciuto un cane bianco e nero dal pelo lungo che si prende cura di un mandriano. E' un cane di temperamento tranquillo, e troppo spesso permette a questo mandriano di ubriacarsi. In tali occasioni, è abitudine del cane di sedersi fuori del locale, tenendo d'occhio qualche pecora, e pensando. L'ho visto insieme a sei pecore mentre evidentemente rifletteva nella sua mente a quante ne aveva quando era andato via dal mercato, e in quali posti aveva lasciato le altre. L'ho visto perplesso per non essere in grado di rendere conto a se stesso di alcune pecore. Una luce si è pian piano accesa in lui, ha ricordato quante ne ha lasciato in macelleria, e in un impeto di muto piacere ha catturato una mosca a poca distanza dal suo naso, mostrandosi molto sollevato. Se in qualsiasi momento avessi dubitato del fatto che era lui che si prendeva cura del mandriano, e non il mandriano che si prendeva cura di lui, ciò sarebbe stato abbondantemente dimostrato dal suo modo di occuparsi di tutte e sei le pecore quando il mandriano è venuto fuori impiastricciato di ocra rossa e birra e gli ha dato comandi sbagliati che lui ha tranquillamente ignorato. Ha preso le pecore completamente nelle sue mani ed ha osservato con rispettosa fermezza, che – 'quel comando le porterebbe sotto un omnibus; faresti meglio a limitare la tua attenzione a te stesso, ti ci vorrà tutta,' - ed ha portato via le sue protette, con un'abile uso di orecchie e coda, e una conoscenza del suo lavoro, da lasciare il suo zoticone di un uomo molto, molto indietro”.