Ultimo aggiornamento:
26.11.2018 17.36
 
   
 
 
26 novembre 2018
 

VICTORIA

di  Lucio Rocco

 

Credo di aver sempre amato questa donna.

Con rispetto, stima e ammirazione. In silenzio, come si amano le Regine.

E’ stata la prima donna che ho incontrato quando ho cominciato, ragazzo, a leggere la storia del collie e a ricercarne le radici, e il fatto che fosse una Regina ha contribuito a creare quell’idea di dignità, di aristocrazia e di raffinatezza che nella mia mente ha sempre circondato, come un’aureola, questa nobile razza.

Ma c’è di più.

Nessun’altra donna si è presa cura del mio spirito quanto lei. Con nessun’altra donna ho condiviso così a fondo le mie passioni come con lei.

Le devo tutto. Le devo ciò che sono.

Se i versi di Alfred Tennyson, di Robert Browning, di Elizabeth Barrett mi hanno fatto capire cosa sono le emozioni, se i racconti di Charles Dickens, di Oscar Wilde, di Lewis Carroll mi hanno insegnato a sognare, se le teorie di Charles Darwin, le invenzioni di Michael Faraday, le ricerche di John Dalton mi hanno educato alla curiosità, se i quadri di Edwin Landseer, di Dante Gabriel Rossetti, di John Everett Millais mi hanno iniziato alla magia dell’arte, e se, infine, ho potuto fare del collie il compagno e l’oggetto di studio di tutta la mia vita, lo devo a lei e a ciò che lei ha dato al suo tempo.

Era nata il 24 maggio del 1819; in un secolo diverso dal mio, purtroppo.

Aveva diciotto anni la sera del 20 giugno del 1837, quando annotava queste parole nel suo diario:

“Sono stata svegliata alle 6 da Mamma, che mi ha detto che l’Arcivescovo di Canterbury e Lord Conyngham erano qui e desideravano vedermi. Sono scesa dal letto e sono andata nel mio salotto (indossando solo la mia vestaglia) e, da sola, li ho incontrati. Lord Conyngham mi ha comunicato che il mio povero zio, il Re Guglielmo IV, non c’era più; era spirato 12 minuti dopo le 2 di questa mattina, e che di conseguenza, io sono la Regina”.

Ma non è del suo ruolo di Regina che vogliamo parlare. Di quell’epoca di progressi e speranze, che va sotto il nome di “Età Vittoriana”, molto si è detto, e non sempre a proposito. Ciò che ci interessa raccontare è un aspetto del suo lato umano: quel suo amore autentico e disinteressato per le creature mute e indifese, quel suo legame indissolubile con i collie.

L’amore profondo che nutriva verso tutti gli animali faceva sì che provasse orrore per qualsiasi forma di violenza nei loro confronti. Sempre e strenuamente si oppose alla vivisezione, e sempre fu vicina alla “Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals” che contro questa pratica si batteva. Nei suoi canili vigeva assoluto divieto di taglio della coda o delle orecchie, e lo stesso principio valeva per ogni altro animale. Nessuna pietà, poi, per chi si rendeva colpevole di tali atti di crudeltà.

La Regina Vittoria sosteneva che possedere un animale comporta la responsabilità del suo benessere. Per questa convinzione si interessò personalmente alla costruzione e all’organizzazione delle scuderie, dei canili e persino dei pollai del parco di Windsor. I box degli animali erano progettati con ogni cura: erano ampi e confortevoli, con grandi prati d’erba che permettevano agli animali di correre e giocare, e zone d’ombra per ripararsi dal sole. Poco distante, un piccolo cimitero con lastre di pietra su cui era inciso il nome di ogni animale e la data della sua morte.

Anche nella residenza reale di Osborne, sull'isola di Wight, vi era un pezzo di terreno in cui venivano sepolti i cani della Regina. Ogni tomba aveva una lapide di marmo bianco ed era chiusa da piastrelle di terracotta.

Il canile reale di Windsor ospitava sessanta o settanta cani di diverse razze, e Vittoria li conosceva tutti e di tutti si ricordava di chiedere notizie al custode del canile, un uomo che non aveva altro incarico che quello di dedicarsi al benessere dei cani della Regina. Molti di questi cani le erano stati donati ed erano giunti lì da paesi lontani, altri li allevava lei stessa.

Le piaceva sedersi su una panchina davanti ai canili e rimanere lì a compiacersi della gioia che i suoi cani mostravano quando potevano correre felici sui prati davanti a lei. In queste occasioni soleva ripetere una massima di Schopenhauer:

“Se non fosse per i volti onesti dei cani, dovremmo dimenticare l'esistenza stessa della sincerità".

Era molto legata a tutti i suoi animali, ma specialmente ai suoi collie, che le ricordavano l’amata terra di Scozia e i suoi fedelissimi Highlander. Naturalmente aveva i suoi preferiti, e talvolta alcuni di quei cani si ingelosivano per le attenzioni fatte agli altri.

Arrivato da Balmoral nel 1865, Sharp fu il primo collie ad avere l’alto onore di essere il cane da compagnia della Regina. Gli era permesso di assistere ai pasti della sua padrona, ma, escluso John Brown, uomo di fiducia della Sovrana, quasi tutti al Castello gli stavano alla larga, perché spesso abbaiava, ma più spesso mordeva. Tuttavia la Regina lo amava, perché, come lei stessa raccontava, era capace di rompere la monotonia delle sue passeggiate rendendole allegre e imprevedibili. Quando morì, nel 1879, Sharp fu sepolto nel cimitero dei cani del Castello di Windsor. Sulla sua lapide era scritto:

"Sharp, il fedele collie prediletto dalla Regina Vittoria dal 1866 al 1879. Morto nel 1879 all'età di 15 anni".

Ancor oggi Sharp riposa accanto alle sue Regine.

Un altro collie cui la Regina fu molto affezionata e da cui non si separava mai le era stato regalato dal Duca di Roxburg. Si chiamava Noble, e di lui Victoria scrisse nel suo diario:

"Il mio collie prediletto, Noble, è sempre di sotto quando prendiamo i nostri pasti, ed é così buono; Brown lo fa sdraiare su una sedia o un divano, e lui non tenta mai di scendere senza permesso, inoltre tiene in bocca un pezzo di torta senza mangiarlo fino a quando non ne ha avuto il permesso; è il cane più ‘docile’ che abbia mai visto, e così affettuoso e gentile; se pensa che non sei contento di lui, allunga le zampe ed implora in modo talmente affettuoso".

Noble si era scelto un incarico di grande responsabilità: fare la guardia ai guanti di Sua Maestà, e si può essere certi che nessuno, oltre alla sua padrona, poteva avvicinarsi a quei guanti. Quando cominciò a diventare vecchio, il suo muso divenne bianco e la sua vista se ne andò quasi completamente. Legato ad una corda, si limitava a seguire il suo custode, ma anche se vecchio e malato, manifestava ancora tutta la sua gioia quando la Regina lo carezzava.

A Sua Maestà piacevano molto i collie bianchi, che invece non avevano molto successo tra i suoi sudditi. Uno di loro, Lily, non si separava mai da lei e la seguiva dovunque, anche in viaggio. Lily era nata a Windsor, come i suoi genitori Squire e Betty, ed erano parte di una linea di collie bianchi allevati dai signori Charles nel Warwickshire. Squire era un cane molto bello, uno dei migliori allevati nel canile di Windsor; aveva un bel mantello e un carattere dolcissimo. La Regina volle regalarlo alla Duchessa di Albany, per ringraziarla dei lavori fatti nel canile reale.

Sua Maestà ebbe molti collie bianchi. Due di essi furono Maggie e Snowball, ed un altro fu Nannie, un regalo del conte di Haddington. Arrivata a Windsor nel 1885 quando aveva solo nove mesi, purtroppo non visse a lungo, perché morì nel 1889.

Un altro collie bianco fu regalato alla Regina Vittoria nel 1887, in occasione del suo giubileo. Fu chiamato ancora con il nome di Snowball.

Per molti anni il collie preferito dalla Regina fu Darnley. Era stato allevato da uno dei più grandi allevatori dell’epoca, il Rev. Hans Hamilton, Presidente del Collie Club, che glie ne aveva fatto omaggio. Al Castello di Windsor questo cane era trattato da vero “Re”; viveva infatti in un "cottage" tutto suo, separato dal canile dove erano ospitati gli altri cani.

Vittoria riuscì a trasmettere la sua passione anche ai suoi figli. Era il 1900 quando al Principe di Galles, futuro Re Edoardo VII, fu regalato un collie di nome Squire. Era quasi completamente bianco, con un po' di colore sulle orecchie.

L’amore della Regina per i suoi cani la allietò per tutta la vita, basta leggere i suoi diari. C’era un cane nel palazzo di Kensington quando era una bambina e c’era ancora un cane nella residenza di Osborne quando stava per morire. Poco prima di spirare aveva chiesto infatti che le portassero Turi, il suo favorito del momento, uno spitz di Pomerania.

Fu proprio durante il suo regno, per merito suo e di suo marito, il Principe Alberto, che il cane cessò di essere solo uno strumento di lavoro o di svago per diventare un animale domestico, un compagno, e questo gli aprì le porte delle case inglesi.

La Regina Vittoria morì il 22 gennaio del 1901. Aveva 82 anni, ed aveva regnato per 63. Pochi dei suoi sudditi ricordavano i tempi in cui Vittoria non era ancora sul trono.

Aveva avuto in dono una nazione e ne aveva fatto un impero, pur tra mille contraddizioni.

Molto si è detto e scritto circa la purezza dei collie della Regina e sul loro essere tutt’altro che collie. Tutto ciò ha poca importanza. Poche volte la Regina si fece tentare di esporre i suoi cani, perché era, di solito, contraria ad esibire delle creature così sensibili. Che però abbia contribuito in maniera determinante alla conoscenza e alla diffusione della razza, fosse solo per il fatto di possederli, è fuor di dubbio, tant’è che è a questa razza che il suo nome è rimasto legato.

La storia è talvolta crudele e pettegola, e gli uomini dimenticano troppo presto i sogni di quanti hanno cercato di cambiare il mondo. Ma i Santi non esistono, men che mai in Paradiso, e a colei che ha fatto tanto per l’umanità e per il suo popolo, possiamo certo perdonare qualche umana debolezza.

 
La Regina Vittoria e famiglia a Balmoral La Regina Vittoria a Dublino Funerale della Regina Vittoria  (1901)