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9 marzo 2019
 
 

William P. Arkwright

Lucio Rocco

 

Sir William Arkwright è stato uno dei pochissimi allevatori che ha goduto del singolare privilegio di aver dato un contributo fondamentale allo sviluppo di due razze di cani completamente diverse, e di essere di entrambe considerato uno dei creatori. Era nato nel 1857 nel villaggio di Sutton Scarsdale, nel Derbyshire, dove aveva messo su il miglior canile di tutta l’Inghilterra. Allevava soprattutto pointer, ma in gioventù si era appassionato anche ai collie, allevandoli e studiandoli al punto che possiamo attribuirgli il merito di quasi tutto quanto oggi sappiamo sulla selezione di questo colore.

Come tutti i membri dell’aristocrazia dell’epoca nutriva una grande passione per la caccia, una passione che difficilmente può tradire chi ne viene colpito. Lo spiegò lui stesso con queste parole:

"Credo che l'amore per la caccia sia innato e che scateni un'attrazione misteriosa solo in poche persone, attrazione che non è facile a definirsi con le parole; so solo che sboccia come un fiore nel cortile del canile o sui fianchi delle montagne. Quando è stato piantato nessuno lo sa, ma una volta attecchito nel cuore di un uomo, nulla lo può sradicare".

Era fatale, dunque, che ad un certo momento della sua vita a quella passione dovesse tornare, per dedicarsi alla razza che gli permetteva di esercitarla, il pointer, di cui fu uno dei maggiori esperti al mondo, nonché uno dei giudici più richiesti e preparati. Il suo libro THE POINTER AND HIS PEDECESSORS, pubblicato nel 1906, è ancor oggi una pietra miliare per i cultori di questa razza. In quel libro c’è un passo in cui Arkwright rivela il suo antico amore. Descrivendo infatti un cane che “punta” la selvaggina, lo paragona ad un collie che protegge il suo gregge.

Arkwright si era interessato molto al collie, appassionandosi specialmente a quelli di colore blu merle che a quei tempi erano ritenuti una casuale variazione di colore di scarso valore, tanto da essere spesso soppressi alla nascita come impietosamente raccontò Margaret Osborne. Cominciò ad allevarli e a studiarne in maniera sistematica il comportamento genetico, così che dobbiamo a lui se questa varietà è sopravvissuta ed ha raggiunto la popolarità di cui oggi gode. Egli dimostrò che il colore blu merle non é casuale, ma che é possibile selezionarlo in purezza. Sostenne anche che bisognava evitare l'accoppiamento tra due merle, specie in presenza di più di due nonni dello stesso colore, le cui conseguenze catastrofiche erano spesso cuccioli totalmente o parzialmente bianchi, o ciechi, o sordi, o addirittura senza occhi. Un precursore, considerato che solo recentemente, dopo più di un secolo, molti Kennel Club si sono convinti a mettere fuori legge l’accoppiamento tra merle. Nel suo canile Arkwright riuscì pian piano ad ottenere collie dal colore eccezionale, quella colorazione azzurra-argentea che rende i cani di questo colore i più affascinanti tra le varietà del collie. Arkwright spiegò che i migliori blu si possono ottenere dall’accoppiamento di un blu merle con un particolare tricolore completamente privo di bianco che però oggi sembrerebbe scomparso. Fu assolutamente contrario all’accoppiamento di un sabbia con un merle che avrebbe dato, spiegò, un colore merle contaminato da riflessi ruggine e cuccioli sabbia dagli occhi azzurri. Infine, dimostrò che pur essendo da evitare, l’accoppiamento tra merle può dare talvolta collie blu merle di qualità eccellente, e cuccioli bianchi che si dimostrano ottimi riproduttori se accoppiati a tricolori. Queste nozioni rappresentano ancora per ogni allevatore le basi della selezione del colore merle.

Pian piano, col suo lavoro, riuscì a richiamare sul collie blu merle l’attenzione degli appassionati, e la sua presenza nella giuria della trentunesima edizione dell’esposizione del Westminster kennel Club, tenuta a New York nel 1907, dette un impulso alla selezione dei blu anche in America, dove in quei giorni gli appassionati potevano ammirare esemplari di grande qualità come Cragston Blue Prince, di proprietà di John Pierpont Morgan e Greystone Bluebird, di proprietà di Samuel Untermeyer.

Anche i Giudici cominciarono a notare questi esemplari dalla originale colorazione che una volta erano chiamati “harlequin”, ma solo nel 1880 il Giudice Hugh Dalziel mise un collie di questo colore in testa alla classifica in una classe di esposizione. Poco dopo fece lo stesso il giudice Vero Shaw in una mostra a Fakenham, dove vinse un cane di nome Scot di proprietà di Mr Brackenbury. Arkwright rimase incantato da questo cane, basta leggere le parole che usò per descriverlo:

“un blu argento, ben marezzato di nero; con collare, piedi e punta della coda bianchi; muso e zampe anteriori orlati di rosso brillante, e un occhio azzurro”.

Tentò inutilmente di acquistarlo, ma nonostante i molti tentativi dovette limitarsi a fargli coprire una delle sue migliori femmine, Russet, che secondo Margaret Osborne era un sabbia-merle, ma i cui figli sono comunque i progenitori di tutti i merle moderni.

Da Scot e Russet nacque una femmina di singolare bellezza di nome Blue Stocking, che accoppiata a sua volta ad un maschio di nome Redbreast, generò una stupenda femmina blu che fu chiamata Blue Rose. A sua volta Blue Rose fu accoppiata a suo nonno Scot e nel 1882 nacquero due cuccioli, un maschio di nome Blue Sky e una femmina chiamata Blue Thistle. Blue Sky fu il miglior blu della sua epoca, mentre sua sorella, coperta da un tricolore di nome Donald, dette alla luce una meravigliosa femmina di nome Blue Ruin, che fu la prima femmina blu merle a vincere un’esposizione importante battendo finanche collie di altri colori. Era il 1888, e Blue Ruin si aggiudicò il Collie Club’s Challenge Trophy, il trofeo più importante dell’epoca.

Tra gli altri collie blu merle allevati da Arkwright ricordiamo Blue Bottle, Blue Stocking, Blue Eyes, Blue Blazes, Blue Bird, Blue Star, Blue Moon, Blue Mist e Blue Devils.

Finalmente, nel 1885, la razza era sufficientemente diffusa e popolare da meritare l’onore di una mostra speciale. L’anno successivo fu chiamato a giudicarne la seconda edizione lo stesso Sir William Arkwright. Un tributo più che meritato.

Intanto Arkwright si divideva tra le sue due grandi passioni, i collie e i pointer, ma i collie cominciavano a deluderlo. Lui, che amava i cani in grado di lavorare, vedeva i collie inglesi allontanarsi sempre più dal tipo del cane da pastore. E la sua delusione divenne insopportabile negli anni successivi, al punto che il 17 aprile del 1890 il suo canile fu messo all’asta a Londra insieme a tutti i suoi collie e da quel momento, fino al 1925, anno in cui morì, dedicò tutto se stesso ai pointer. La nostalgia per la caccia lo aveva riportato a casa, e fu un vero peccato per il collie, perché la qualità del colore che Arkwright era riuscito ad raggiungere non fu mai più eguagliata.

Forse, il suo sconforto verso la razza può trovare una spiegazione nel suo amore per i cani da lavoro che poteva esprimere pienamente solo nella caccia. La situazione del collie, invece, quando la selezione passò decisamente nelle mani degli espositori, era quella descritta dalle parole di un editoriale pubblicato nel numero di agosto del 1890 del periodico THE BREEDER AND SPORTSMAN, parole terribilmente attuali:

"Quanti collie dei nostri giorni, vincitori di premi, sarebbero capaci di superare con un salto un ostacolo o correre dietro a un gregge di pecore per farlo girare? Se si risponde, e non sarebbe sbagliato, che il cane da pastore è ora un cane da compagnia e non viene addestrato per il lavoro, allora abbiamo paura che difficilmente riuscirebbe fare una lunga galoppata, non saprebbe fare altro che correre per un miglio, o giù di lì, dietro una lenta carrozza".

Era fatale che ciò che avevano cercato i pastori nei loro cani fosse tanto diverso da ciò che desideravano i frequentatori delle esposizioni di bellezza. Mentre questi cercavano un cane da ammirare per il suo aspetto, i pastori selezionavano un cane “operaio” e “compagno”, quasi un altro se stesso con altre, maggiori e diverse capacità. Aveva solo trentatré anni Arkwright quando scelse di dedicarsi completamente ad una razza ancora capace di lavorare per gli stessi scopi per i quali era stata creata. La sua scelta fu dolorosa, ma comprensibile. Anche a noi capita spesso di chiederci se il collie che abbiamo amato fin da bambini sia lo stesso di quello che vediamo sgambettare nei ring delle esposizioni di bellezza alla disperata ricerca di coppe e titoli. Ma è troppo tardi per scegliere una strada diversa, così continuiamo a credere che quello che vediamo sia ancora il Sirrah di James Hogg, il Lad di Albert Payson Terhune, il Lassie di Eric Mowbray Knight, e lui, talvolta, sembra quasi volercelo dimostrare.