06.07.2019 11.59
 
     
 
6 luglio 2019
 

Importanza della fattrice nel programma di allevamento

di  Lucio Rocco

 

Un vecchio adagio, spesso citato dai primi allevatori, diceva che "un canile è buono quanto le sue femmine". Dunque, gli allevatori di qualche secolo fa già conoscevano l’importanza della fattrice in un programma di allevamento e, pur non avendo le conoscenze per spiegarla, riuscivano comunque ad intuire ciò che oggi è scientificamente dimostrato.

Seguendo da lontano il lavoro dei tanti novizi che specie negli ultimi anni stanno facendo prosperare i bilanci dei Kennel Club, notiamo che la maggior parte di loro muove i primi passi in maniera pressoché simile. Acquistano, senza metterci molto impegno, una femmina, e quando dopo un po’ vengono presi dalla sacra febbre dell’allevamento, partono alla ricerca frenetica di un maschio eccezionale che consenta loro di fare un salto di qualità, non importa che la femmina in loro possesso sia magari di terz’ordine. Costoro commettono l’errore di attribuire al maschio qualità che proprio non ha, per il semplice motivo che la natura non ha ritenuto di dovergliele fornire. Naturalmente, e questo è un ulteriore, tragico errore, l’eccezionalità dello stallone viene valutata unicamente sulla base dei titoli guadagnati nei ring delle esposizioni di bellezza.

L’affannosa ricerca del maschio riparatore, nella convinzione che il suo seme possa risolvere qualsiasi problema di selezione, ci riporta alla mente un vecchio articolo del giornalista Antonio Cederna, pubblicato molti anni fa sul Corriere della Sera. Il pezzo aveva per titolo “La natura è femmina e quindi va sottomessa!”, e consisteva in una rilettura, in chiave provocatoriamente “sessista”, della visione del progresso (rigorosamente di genere maschile) ottenuto piegando ai propri fini una natura ovviamente di genere femminile:

“Da sempre la nostra cultura è portata a pensare che lo sviluppo quantitativo sia sempre un bene, e che ogni processo inteso a trasformare l’ambiente sia l’equivalente di progresso. Ora il progresso è di genere maschile, mentre tutela, salvaguardia, conservazione, natura, ecc. sono di genere femminile. Lo stesso stucchevole, anacronistico ritornello dell’uomo-che-deve-lottare-contro-la-natura conferma il gioco delle parti: compito dell’uomo ossia del maschio è quello di sottomettere la natura-femmina.”

Parole ancor oggi di grande attualità, purtroppo, che giustificano l’opinione di tanti novelli allevatori che ritengono risolutivo il ricorso al maschio per correggere ogni errore che naturalmente a priori viene attribuito alla femmina.

Le innumerevoli ricerche scientifiche che sul cane sono state condotte in molti paesi non avrebbero alcun senso pratico se dovessero rimanere confinate nel solo ambito accademico. Al contrario, esse sono dirette all’utente finale, cioè a noi tutti, affinché nel nostro lavoro di allevatori ci convinciamo che “la natura è femmina e perciò non si fa sottomettere. MAI!”. Essa tollera, talvolta, di essere ferita o calpestata dal comportamento dell’uomo unico responsabile, alla fine, della sua condotta suicida.

L’allevamento è un processo scientifico regolato dalle leggi della natura, ed è un processo che consiste nel tentativo ragionato di migliorare, generazione dopo generazione, la specie che si alleva. Non esistono miracoli in questo campo, e ciò che si guadagna con un accoppiamento azzeccato lo si può facilmente perdere con il successivo, sbagliato.

Ricordiamo che la maggior parte dei caratteri di un essere vivente, pregi o difetti, sono ereditabili, in altre parole nei geni è scritto il destino nostro e quello dei nostri cani. Questi caratteri non sono solo quei pochi che riusciamo a vedere coi nostri occhi (fenotipo), poiché la maggior parte di loro viene trasmessa in maniera occulta (genotipo) da una generazione all’altra per poi venir fuori improvvisamente lasciandoci sorpresi o sbalorditi dall’inattesa scoperta.

In natura esiste un principio fondamentale che afferma che “ciò che si semina, si raccoglie”. Se però concentriamo la nostra attenzione sulle qualità del seme, disinteressandoci alla terra che deve accoglierlo, andremo fatalmente incontro a delusioni cocenti. Questo aforisma ci invoglia perciò a spiegare, nella maniera più semplice possibile, perché oggi sia scientificamente accettato che il contributo dato ai cuccioli dalla madre é maggiore di quello del padre. A questo scopo esaminiamo brevemente il processo della riproduzione.

Ricordiamo che qualunque caratteristica degli esseri viventi è regolata da una (o da più di una) coppia di geni (alleli) contenuta in ciascuna cellula somatica (quelle che compongono l’organismo), uno dei quali proviene dal padre e l’altro dalla madre. Invece, nelle cellule sessuali, quelle destinate alla riproduzione, cioè spermatozoo ed uovo, i geni non si presentano a coppie, ma sono singoli, in modo che dall’unione delle cellule sessuali maschile e femminile possa essere ricostituita durante la riproduzione la coppia di geni.

Dunque la fecondazione è il processo attraverso cui lo spermatozoo maschile e l’uovo femminile si fondono per formare un nuovo individuo.

Ora, lo spermatozoo è formato da una testa, da una parte intermedia e da una coda. Nella testa c’è il nucleo che contiene i singoli geni e una membrana (acrosoma) che serve a rendere più agevole il passaggio dello spermatozoo attraverso il rivestimento dell’uovo. La parte intermedia contiene i mitocondri, piccoli organi di forma allungata che forniscono l’energia necessaria al movimento, mentre la coda è l’organo che genera il movimento stesso.

L’uovo, invece, è formato da una membrana protettiva che racchiude il nucleo con le singole copie dei geni e il citoplasma composto di altre strutture essenziali per il funzionamento della cellula, tra cui l'apparato di Golgi e i mitocondri. Questi ultimi producono l'energia necessaria per molte funzioni cellulari, ma contengono anche materiale genetico simile a quello contenuto nel nucleo, anche se in quantità ridotta.

In definitiva, quando avviene la fecondazione, la testa dello spermatozoo del maschio entra nell'uovo della femmina. Parte intermedia e coda dello spermatozoo ne rimangono fuori, in quanto le modalità di penetrazione dello spermatozoo e la sua conformazione anatomica permettono l'ingresso della sola testa, non dei mitocondri che, se pure talvolta riescono a penetrare, subito dopo cominciano ad autodistruggersi. E’ stato provato, infatti, che un embrione in cui sopravvivano mitocondri paterni ha una probabilità di sopravvivenza molto più bassa del normale. Perciò, l’uovo fecondato non solo riceverà dal nucleo delle due cellule genitori un uguale contributo di geni, ma avrà anche nel suo citoplasma i mitocondri con il loro materiale genetico e l'apparato di Golgi che già erano nell’uovo di sua madre e che sono indispensabili per la sopravvivenza dei geni all'interno del nucleo di nuova formazione. Recentissime ricerche hanno dimostrato che la funzione di questo DNA mitocondriale (mtDNA) non è affatto trascurabile, e che esso racchiude informazioni capaci di influenzare l’espressione dei geni contenuti nel nucleo.

In conclusione, un cucciolo riceve metà dell’informazione genetica contenuta nel DNA nucleare dal padre e metà dalla madre, ma da quest’ultima, e solo da lei, riceve anche quella parte di informazione genetica data dal DNA mitocondriale e contenuta nei mitocondri.

Il DNA mitocondriale, perciò, passa dalla madre ai cuccioli di entrambi i sessi. Nella generazione successiva le femmine erediteranno ancora il DNA mitocondriale della madre che era quello della nonna, mentre i maschi perderanno quello della nonna per acquisire quello della madre. Per questo motivo la scelta iniziale della fattrice continuerà ad influenzare per linea femminile le successive generazioni di cuccioli.

Abbiamo cercato di esemplificare tutto il processo nel semplice schema che segue, da cui si vede che la cucciolata eredita dalla madre più che dal padre, e di conseguenza su tutti i caratteri ereditabili, la fattrice ha un’influenza maggiore dello stallone. La lezione per gli allevatori è che nella scelta della fattrice deve essere messa addirittura una cura maggiore di quella che poniamo nella scelta dello stallone.

Ma l’importanza della fattrice in un programma di allevamento non si limita a questo.

Oggi la selezione sembra essere basata unicamente sulla rispondenza esteriore del cane al tipo di razza, con l’unica eccezione del temperamento, troppo spesso trascurato, anche se descritto in ogni standard di razza. Questa “involontaria” dimenticanza ha fatto sì che per molte razze, tra cui anche la nostra, il temperamento stia diventando un problema.

I tanti studi sull‘ereditabilità del comportamento del cane hanno dimostrato che effettivamente alcuni caratteri del temperamento sono per una parte ereditabili, mentre per un’altra parte dipendono dall’influenza dell‘ambiente.

Sulla parte ereditabile è ovvio che l’influenza della fattrice è preponderante per quanto spiegato prima. L’ambiente, invece, è qualcosa di difficile da definire, poiché comprende tutto ciò che non è genetico, ossia cose come l’ambiente fisico in cui i cuccioli muovono i primi passi, l’atteggiamento della madre, i rumori, il cibo, la presenza umana ecc.

Nel primo periodo di vita dei cuccioli (incluso il periodo della gestazione) essi dipendono quasi unicamente dalla fattrice. La femmina trasmetterà ad essi ogni sua emozione, paura, ansia e dalle sue reazioni i cuccioli impareranno il corretto comportamento. Il cucciolo guarderà a sua mamma come al libro della vita, le reazioni di lei diventeranno le sue reazioni, lo stato d’animo di lei diventerà il suo stato d’animo, per cui in definitiva il comportamento di un cane dipenderà molto da quanto imparato da sua mamma, oltre che da quanto ereditato da entrambi i genitori al momento della fecondazione. Il padre avrà ben poco da insegnare ai suoi cuccioli, che nella maggior parte dei casi non vedrà mai. Perciò, anche sotto questo aspetto il contributo della fattrice sarà di gran lunga superiore a quello dello stallone.

Naturalmente questo discorso non mira in alcun modo a sminuire il ruolo dello stallone, ma dobbiamo ricordare che non a caso è la fattrice quella che ci permette di definirci “allevatori”. Essa rappresenta il patrimonio più importante che possiede chi questa strada affascinante si appresta ad intraprendere. Un errore nella sua scelta e bisognerà ricominciare tutto daccapo.