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18 aprile 2019
 

Robert Burns, il Bardo

Lucio Rocco

 

Ci sono quasi sessanta monumenti dedicati al bardo scozzese in tutto il mondo. Otto in Australia, nove in Canada, uno in Inghilterra, quattro in Nuova Zelanda, uno in Irlanda, uno in Estonia, diciassette negli Stati Uniti e ben venticinque nel suo paese natale, la Scozia. Per non parlare delle innumerevoli copie che è possibile trovare quasi in ogni angolo del mondo. La statua più antica fu eretta nel 1830 a Camperdown, nello stato di Victoria, in Australia, e rappresenta Robert Burns insieme al suo collie Luath.

Era nato il 24 gennaio del 1759 ad Alloway, primo di sette figli di una umile famiglia di contadini. Fu fatto studiare, nonostante le ristrettezze economiche, ed il suo istitutore si accorse subito che quel fanciullo aveva del talento. A quindici anni scrisse la sua prima poesia, “My Handsome Nell”.

Il momento storico in cui Burns visse fu sicuramente uno dei più importanti nella storia dell’umanità. Nel 1775 era cominciata la guerra d’indipendenza americana, nel 1789 scoppiò la rivoluzione francese, mentre in patria la sconfitta degli scozzesi nella battaglia di Culloden del 1746, aveva dato inizio a quel periodo che va sotto il nome di “Highland Clearances” e che si protrarrà per oltre un secolo con gravi implicazioni persino sull’evoluzione della nostra razza. Durante quei lunghi anni l'Inghilterra tentò in tutti i modi di cancellare l’identità nazionale scozzese con la disgregazione dei clan, ma anche vietando ogni esibizione dei simboli della cultura gaelica: niente kilt, niente tartan, vietate le cornamuse, lingua inglese al posto di quella scozzese e, infine, l’allontanamento forzato dei contadini scozzesi dalle loro terre trasformate in pascoli per le pecore inglesi.

Tempi difficili, in cui il poeta-contadino autenticamente scozzese, che raccontava nei suoi versi la dura vita degli ultimi, trovò terreno fertile per il suo lavoro.

La sua fama cominciò a diffondersi quando, nel numero di ottobre del 1786, il periodico “The Edimburgh Magazine” pubblicò questa originale recensione della sua prima opera “Poems, chiefly in the Scottish Dialect”:

“Chi siete, Mr Burns? In quale università siete stato istruito? Quali lingue avete imparato? Quali autori avete studiato in particolare? Aristotele o Orazio hanno indirizzato i vostri gusti? Chi ha elogiato le vostre poesie e sostenuto le vostre pubblicazioni? In breve, quali qualifiche vi danno il diritto di istruirci o di intrattenerci?”

E l’entusiasta critica così proseguiva:

“A tali domande, forse, l'onesto Robert Burns non avrebbe saputo rispondere in modo soddisfacente. ‘Mio buon uomo’, avrebbe potuto dire, ‘sono un povero compatriota; sono stato istruito alla scuola di Kilmarnock; non comprendo altra lingua che la mia; ho studiato Allan Rainsay e Robert Fergusson. Le mie poesie sono state elogiate molte volte davanti ai caminetti e non chiedo protezione per loro se non ne meritano. Non ho guardato l'umanità attraverso gli occhi dei libri. Un'oncia di buonsenso, sapete, vale ben più di un chilo di sapere’. L'autore è davvero un esempio eclatante di genio naturale che esplode nell'oscurità della povertà e nelle difficoltà di una vita laboriosa. Le sue osservazioni sui personaggi umani sono acute e sagaci e le sue descrizioni sono vivaci e giuste. Di rustica allegria ha grandi risorse, e alcune delle sue scene più tenere sono trattate con inimitabile delicatezza”.

Ma il suo successo raggiunse l’apice quando, nel numero di dicembre di quello stesso anno venne pubblicata sul settimanale “The Lounger” una coinvolgente critica del lavoro di Burns dal titolo “Straordinario resoconto su Robert Burns, il contadino dell'Ayrshire, con estratti dalle sue poesie”:

“Non so se sarò accusato di eccessivo entusiasmo o di partigianeria quando presenterò ai miei lettori un poeta del nostro paese, i cui scritti ho recentemente conosciuto, ma, se non mi inganno, penso di poterlo tranquillamente dichiarare un genio. La persona a cui alludo è Robert Burns, contadino dell’Ayrshire, i cui ‘Poemi’ furono, qualche tempo fa, pubblicati in una città di campagna nell'ovest della Scozia, senza altra ambizione, sembrerebbe, che circolare tra gli abitanti della contea in cui è nato, per ottenere un po' di fama da parte di coloro che avevano sentito parlare del suo talento. Spero che non si pensi che esagero se cerco di collocarlo più in alto, per chiedere il giudizio del suo paese sui meriti delle sue opere, e rivendicare per lui quegli onori che la loro eccellenza sembra meritare”.

Robert Burns è stato senza dubbio il più amato tra tutti i protagonisti della letteratura scozzese. Il suo lavoro è stato determinante nel mantenere in vita una grande quantità di miti e canzoni della tradizione popolare che sarebbero andate perse per sempre se non fosse stato per il suo lavoro.

Da molti è stato considerato il padre del liberalismo, e sicuramente Robert Burns fu ispirato dagli avvenimenti politici che gli accadevano intorno, così che nei suoi versi troviamo affermato con forza l’universale diritto ad una vita dignitosa. Ma non si è limitato a professare certe idee, le ha vissute lui stesso. Poteva essere un uomo ricco se solo avesse accettato denaro per il suo lavoro, ma lui rifiutò sempre, convinto che l’arte, la poesia, la letteratura, la musica appartengono al popolo. E’ sicuramente questo il motivo per cui molti dei primi fondatori del socialismo trovarono ispirazione nelle sue opere, e questo spiega anche perché alla sua morte, il 21 luglio del 1796, arrivarono a Dumfries da tutta la Scozia diecimila persone per rendergli omaggio.

Sembra incredibile che un uomo vissuto per un tempo così breve abbia potuto lasciare un segno così profondo nella storia dell’umanità. Robert Burns ha parlato per tutti in un tempo in cui essere scozzese sembrava già una colpa, ed a tutti ha lasciato un messaggio d’amore, che sicuramente ha reso migliore il nostro mondo.

Le donne furono la sua maggiore fonte di ispirazione. Ne è un esempio la bella canzone “Red, Red Rose”:

Il mio amore è come una rossa rosa rossa,
che da poco è sbocciata in giugno:
il mio amore è come una melodia
dolcemente e armoniosamente suonata.
Sì, bella tu sei, mia leggiadra fanciulla,
che pazzamente innamorato io sono;
e sempre t'amerò, mia cara,
finché non s'asciugheranno i mari;

finché non s'asciugheranno tutti i mari, mia cara,
e non si fonderanno le rocce al sole:
e sempre io t'amerò, mia cara,
finché scorrerà la sabbia della vita.
Addio, mio unico amore!
Addio per un poco!
Io ritornerò, mio amore,
anche se a dieci mila miglia.

Ritroviamo il legame di Burns con la sua terra in tante delle sue poesie, e delle sue canzoni, al punto che il poeta inglese William Wordsworth lo definì: “colui che cammina nella gloria e nella gioia, dietro il suo aratro sul fianco della montagna”. Eccone un esempio, “My Heart's in the Highlands”:

Il mio cuore è sulle Highlands, il mio cuore non è qui;
il mio cuore è sulle Highlands, a caccia del cervo,
a caccia del cervo selvaggio e inseguendo il capriolo,
il mio cuore è sulle Highlands, dovunque io vada.
Addio, o Highlands, addio, o settentrione,
dove nacque il coraggio, dove dimora il valore;
dovunque io erri, dovunque io vaghi,
le colline della Scozia sempre amerò.

 

Addio, o montagne dalla cima coperta di neve;
addio, o declivi e verdi valli giù in basso;
addio, o foreste e boschi scoscesi;
addio, o torrenti e acque scroscianti.
Il mio cuore è sulle Highlands, il mio cuore non è qui;
il mio cuore è sulle Highlands a caccia del cervo,
a caccia del cervo selvaggio e all'inseguimento del capriolo,
il mio cuore è sulle Highlands, dovunque io vada.

Ed il suo rapporto con la natura è sempre rispettoso e delicato, come negli originali versi dedicati ad un topolino nella poesia “To a Mouse”:

Animaletto liscio, rannicchiato, spaurito,
Che panico nel tuo piccolo petto!
Non c’è bisogno che scappi così di furia,
Con ansimante affanno!
Io non penserei mai d’inseguirti
Con vanga omicida!
Veramente m’addolora che il dominio dell’uomo
Abbia rotto l’unione sociale della natura,
Giustificando questa diffidenza
Che ti fa trasalire
Davanti a me, tuo povero collega nato dalla terra
E tuo compagno nella morte!
Lo so che rubi, qualche volta;
E con ciò? Devi pur vivere, povera bestiolina!
Una spiga di grano in un covone
Non è chiedere molto;
Io ringrazio il cielo di quel che rimane
E non rimpiango nulla.
E poi, la tua casetta rovinata!
Le sue fragili mura sparse ai venti!
Non c’è più il tempo di costruirne un’altra, ora,
Col verde foraggio autunnale!
E verranno i venti del pallido dicembre,
Aguzzi e amari!

Vedevi i campi spogli e devastati
E l’approssimarsi del tedioso inverno,
E qui al calduccio, riparato dal soffio del vento
Credevi di restartene,
Finché, crac! Il vomere crudele non è passato
attraverso la tua stanzetta.
Quel mucchiettino di foglie e stoppie
Ti era costato tanti stanchi morsi!
Ora sei scacciato, dopo tanta fatica,
Sei senza casa né dimora,
A sopportare il nevischio fitto dell’inverno
E la gelida brina!
Ma, topolino, non sei solo
A mostrare che la previdenza può essere vana:
I meglio studiati disegni di topi e uomini
Vanno spesso per storto
E non ci lasciano che dolore e pena,
Invece della gioia promessa!
Tu sei ancora fortunato, in confronto a me.
Tu sei toccato solo dal presente;
Ma ahimè! Io volgo indietro lo sguardo
Su di un panorama tremendo!
E benché quel che ho innanzi io non possa vederlo,
Pavento e tremo!

Burns appartiene alla letteratura e alla storia dell’umanità, e appartiene a quelle montagne proprio come il suo collie, quel cane che sul suo collare portava incise le parole: “Robert Burns, poeta”. Quel cane è il cane nazionale di Scozia, le sue radici penetrano nelle profondità di quel terreno fino a terre molto lontane. A quel cane Burns era profondamente legato. Forse è a quella razza, nata come lui sulle Highlands, che si riferiva quando scrisse:

Ma vederla fu amarla,
amare solo lei, e amarla per sempre.

Nella quasi totalità dei monumenti a lui dedicati, Burns è rappresentato in compagnia del suo collie Luath. “L'uomo,” aveva detto, "è il Dio del suo cane; lui non conosce altri. Guarda come lo adora, con quale riverenza si accuccia ai suoi piedi, con quale venerazione lo fissa, con quale piacere gli fa le feste, con quale gioiosa sollecitudine gli obbedisce!"

Pianse copiose lacrime quando, già profondamente provato per l’agonia di suo padre, trovò il suo vecchio Luath, morente per le bastonate di un vicino. Appena gli fu accanto, il vecchio cane alzò lo sguardo con gli occhi pieni di dolore, e quando Burns si chinò su di lui, lasciò cadere la sua testa e morì.

Burns lo portò fuori, in quei campi dove era stato solito sorvegliare le pecore, sulla cima di una collina, là dove potesse ancora sentire il soffio del vento sul viso e avere nelle narici l'odore della sua terra e il profumo del mare lontano. Lì Robert Burns seppellì il suo collie. Lo celebrò, successivamente, in una delle sue poesie più famose, “The Twa Dogs”.

Questo legame tra il poeta della terra di Scozia ed il cane di quella stessa terra è rimasto indissolubile, ed è per questo che quando nel giorno del suo compleanno gli scozzesi festeggiano cantando l’antica canzone di Burns, “Auld Lang Syne”, non dimenticano mai, dopo aver brindato a Robert Burns, di fare un brindisi per il suo vecchio collie Luath.