Ultimo aggiornamento:  04.11.2019 16.11
     
 
20 settembre 2019
 

Il Peso delle Parole

di  Lucio Rocco

 

“Verba volant …”, sono due parole di un discorso pronunciato davanti al Senato romano da Caio Tito. Le due che seguono, “scripta manent”, completano una famosa frase latina che letteralmente significa “Le parole volano, gli scritti restano“.

La citazione di Caio Tito, cui é stato attribuito nei secoli ogni possibile significato, era forse solo un invito ad essere prudenti nello scrivere, perché uno scritto rimane, mentre ciò che viene detto vola via col vento.

Oggi le cose non sono cambiate affatto, perché si scrive un po’ dappertutto, sui libri e sui giornali, e soprattutto sui social, dove quanto viene detto si propaga velocemente a macchia d’olio prima che il vento possa spazzarne via l’eco.

Che non ci siamo ancora resi conto di questo processo lo dimostra il fatto che proprio sui social, che sono poi i mezzi che raggiungono la maggior parte delle persone, ci lasciamo spesso andare ad esprimere opinioni che mai e poi mai oseremmo pronunciare altrove.

E’ per questo che, partendo da un esempio concreto, vogliamo invitare a riflettere sul peso delle parole, perché quando esse non vengono usate nel modo corretto, possono far male e talvolta persino procurare dolore.

Poiché conosciamo la storia del nostro paese, ogni volta che sentiamo la parola “cagnaro” usata in maniera impropria, ci ricordiamo di coloro che hanno portato questo appellativo con orgoglio ed onore, così, caso mai ci fosse qualcuno interessato alla Storia, abbiamo deciso di ravvivare brevemente la memoria del suo corretto significato e della sua origine.

Nel vocabolario della lingua italiana l’uso della parola “cagnaro” è limitato al linguaggio marinaresco ed indica, quando pure essa viene riportata, quel telo di protezione usato per riparare la barca dagli agenti atmosferici, specie durante il ricovero invernale.

Ma i cinofili che non sono contemporaneamente appassionati di vela conoscono di questa parola un significato diverso, poiché essa viene fin troppo spesso adoperata in senso dispregiativo per indicare, o peggio, per additare, qualcuno che mercanteggi coi cani senza preoccuparsi né delle loro condizioni, né della loro salute, né tantomeno, del benessere delle razze.

Ma da dove viene fuori questo termine che non riusciamo a trovare neanche nei vocabolari della lingua italiana? Per capirlo dobbiamo tornare ai primi anni del secolo scorso, quando tutto il mondo si preparava alla guerra che sarebbe scoppiata di lì a poco.

Chi segue il lavoro di queste pagine sa già tutto su come l’Italia fosse in quegli anni all’avanguardia nell’addestramento dei cani per il servizio di guerra, soprattutto per la ricerca e il recupero dei feriti sul campo di battaglia per merito del Cap. Ciotola e dei suoi assistenti Ferliga, Montini e Guidi. Ma questa guerra si sarebbe combattuta soprattutto in montagna, dove spesso ai cani veniva richiesto un servizio diverso.

Quando nel 1915 l’Italia entrò in guerra, il fronte italiano partiva dal lago di Garda e, attraversando l'altopiano di Asiago, i monti del Cadore e della Carnia, arrivava fino a Gorizia. In quella che fu definita la “Guerra Bianca” perché combattuta tra le nevi delle Alpi, c’era il problema di trasportare ad alta quota armi, munizioni, rifornimenti, e persino ordini. La guerra combattuta sulle cime dell’Adamello, sui monti della Marmolada, sulla catena del Lagorai, tra le cime delle Alpi Carniche e nella Val Dogna richiedeva fatiche non indifferenti per rifornire le prime linee.

Ma l’Italia aveva un asso nella manica, quel corpo degli Alpini che ci fu invidiato da tutte le nazioni belligeranti e di cui il corrispondente del Times di Londra scrisse:

“… è necessario a questo punto dire qualche parola sulla guerra degli Alpini, che gli italiani hanno portato ad un elevato livello di perfezione. Non sono gli unici montanari al mondo, né gli unici a possedere combattenti eccellenti sulle alture, ma sono stati i primi in Europa, a parte gli svizzeri, ad organizzare scientificamente la guerra in montagna, e nei loro gruppi alpini possiedono una truppa senza rivali per i combattimenti in alta quota. Gli alpini sono indipendenti, pensano e agiscono da se stessi e quindi possono combattere per se stessi. Sono la crema dell'esercito”.

All’alba del 24 maggio del 1915, quando la dichiarazione di guerra era stata appena consegnata, gli Alpini per primi raggiunsero la frontiera delle Alpi. In quei luoghi impervi il principale nemico da combattere era la montagna stessa, ma come scrisse l’eroe Cesare Battisti, che pur essendo nato austriaco volle indossare volontariamente quella divisa, la montagna è amica di chi la conosce, “essa sopporta e consola chi le è nato in grembo, chi la conosce, chi la apprezza, chi le si accosta con entusiasmo e con fervore; non tollera altri”.

Uno dei protagonisti di questa “guerra bianca” fu il Capitano Carlo Mazzoli, che immediatamente si era reso conto di come gli animali potessero essere di aiuto alle truppe d’alta montagna.

Era nato a Cesena nel 1879, nipote di quel Felice Orsini ghigliottinato dai francesi per aver attentato alla vita dell’imperatore Napoleone III. Col grado di Tenente aveva partecipato alla campagna di Libia guadagnandosi una medaglia d’argento e due di bronzo. Promosso capitano, allo scoppio della Grande Guerra aveva assunto il comando della 97a compagnia del Battaglione Gemona operante in Val Dogna, che lui battezzò la “Compagnia dei Briganti”. Era un uomo originale, non portava mai il berretto, aveva lunghi capelli che nascondevano le ferite di guerra ed era sempre circondato da una muta di cani che addestrava personalmente.

In realtà, per la guerra bianca in un primo momento erano stati utilizzati gli asini, ma si vide presto che questi animali non erano adatti a lavorare a basse temperature. Così Mazzoli pensò di usare i cani, soprattutto cani pastore di età compresa tra 1 e tre anni. Con l’approvazione dello Stato Maggiore fu subito organizzato un reclutamento di cani che, dopo essere stati esaminati da un’apposita commissione, se ritenuti idonei venivano sottoposti all’addestramento presso i canili militari, principalmente in quello di Bologna. Qui i cani erano addestrati a trainare carretti e slitte e alla fine di questo addestramento erano inviati presso la Quinta Divisione Alpini che operava in Val Camonica, in Valtellina, sul Tonale e sull’Adamello.

In questo modo fu creato un reparto detto degli “Alpini Cagnari” che verso la fine della guerra contava circa 250 unità. Questi cani portarono un enorme contributo al problema del trasporto delle attrezzature in alta montagna. Resistenti al freddo molto più degli asini, trainavano in coppia e con qualunque tempo le loro slitte da 70-80 chili.

Ma da dove veniva fuori quel nome che oggi usiamo con un significato tanto negativo?

Nel “Vocabolario Veneziano e Padovano” composto dall'Abate Gasparo Patriarchi e pubblicato per la prima volta nel 1775 troviamo la spiegazione:

“CAGNARO: Canattiere, cioé colui che custodisce i cani”.

Lo stesso è riportato nel “Dizionario del Dialetto Veneziano” di Giuseppe Boério, pubblicato a Venezia nel 1829 a cura nientemeno che di Daniele Manin, eroe del Risorgimento Italiano, ma anche letterato e giurista della Serenissima:

“CAGNARO: sostantivo mascolino, termine del Contado Veneto verso il Padovano, Canettiere, Custode de’ cani, Quegli che li governa”.

Dunque l’uso di quella parola nel Veneto era molto antico, ed il suo significato era chiaro e non aveva nulla di dispregiativo. E’ logico quindi che in quella stessa regione la parola passasse ad indicare gli alpini che si occupavano dei cani.

Gli “Alpini cagnari” operarono soprattutto sull’Adamello occupandosi del trasporto di armi, munizioni e vettovaglie lungo i sentieri innevati. Il loro contributo alla vittoria finale fu determinante, ma dopo l’armistizio il reparto fu definitivamente sciolto e molti di quei cani furono adottati dagli stessi Alpini che si erano occupati di loro.

Questo è il significato e questa la storia di una parola che era l’appellativo di eroici soldati che difesero i confini della patria. Quegli uomini e quei cani hanno scritto la nostra storia e meritano di essere ricordati con onore. Forse possiamo usare un diversa parola per indicare chi non la pensa come noi in campo cinofilo, il vocabolario della nostra lingua ne è pieno, oppure possiamo imparare ad essere più tolleranti verso i nostri simili, cercando di insegnare, piuttosto che castigare, adoperando, magari, l’esempio.