Ultimo aggiornamento:  12.05.2020 16.47
     
 
12 marzo 2020
 

Albert Payson Terhune … ed io

di  Lucio Rocco

 

Mentre cercavo le parole per scrivere una formale, tranquilla biografia di Albert Payson Terhune come già fatto in precedenza per Eric Mowbray Knight, mi è saltato in mente, invece, di narrare il breve ricordo di come lo incontrai per la prima volta. Lo so, era meglio non correre rischi e dare poche sicure notizie anziché impegolarmi in ricordi vecchi di più di mezzo secolo, ma poiché anch’io, come Pascoli, ho dentro di me un fanciullino che mi suggerisce il da farsi e che mai oserei contraddire, ora racconterò quanto ricordo di un giorno molto lontano, tacitando la mia coscienza con la consapevolezza che a ciascuno basta un clic per passare ad altro, se vuole.

Il titolo che avevo scelto, però, mi è sembrato improvvisamente inappropriato, così mi sono limitato ad aggiungere la mia irriverente presenza accanto al nome di Terhune, cui va naturalmente il merito di tutto quanto.

Me lo ricordo ancora quel giorno, ed è piuttosto strano, perché ultimamente i miei ricordi sembrano svanire l’uno dopo l’altro come inghiottiti dalla nebbia degli anni. Era il giorno del mio dodicesimo compleanno e Napoli, la città della mia infanzia, non era molto diversa da quella di oggi; caotica, rumorosa, fiduciosa e piena di vita come sempre, e colorata. Colorata dei colori che il sole, che per fortuna è di casa da quelle parti, accende di ottimismo e fa sì che la gente sorrida anche se non ha motivi per farlo. Quel sorriso è la cosa che mi è mancata di più da quando sono andato via.

Non ho mai ritrovato in nessun’altra città gli stessi colori, ma il piccolo negozio in cui entrammo quel giorno, mio padre ed io, aveva quello grigiastro della polvere che copriva centinaia, forse migliaia di libri accatastati dovunque; per terra, sui banconi, sugli scaffali, sull’unica sedia che lì trovava posto, nella vetrina, che era però l’unico angolo in cui qualcuno aveva cercato di dare una sbrigativa sistemata con lo scopo, forse, di ricordare ai rari avventori in quale luogo si trovavano.

“Ho il libro per te!” disse rivolto a me l’ometto dietro il bancone dopo che mio padre ebbe spiegato cosa cercavamo. Sparì in un minuscolo sgabuzzino in cui si intravedevano altre cataste di libri cui la parola nuovo si adattava solo per il fatto che non erano mai stati venduti, non certo per l’età.

Evidentemente l’ometto riusciva a non soffocare in quell’angusto ambiente in cui a me pareva si potesse entrare solo trattenendo il respiro, perché ne uscì parecchi minuti dopo.

In mano aveva un libro. Ricordo che aveva la copertina gialla e nera su cui troneggiava la testa di un collie.

No, allora non conoscevo questa parola, sapevo che quel cane si chiamava “pastore scozzese”, ma non ne avevo mai visto uno.

Così, portai a casa il mio primo libro di Albert Payson Terhune, e quella sera lo misi a dormire insieme a I Tre Moschettieri, Davide Copperfield e Robin Hood.

Quanto ha scritto Irving Litvag nella sua biografia di Albert Payson Terhune è esattamente quanto accadde a me nei giorni successivi:

"… Hai preso questo cane e ci hai raccontato storie sulla sua grandezza, sulla sua bontà, sul suo amore e sulla sua eterna fedeltà, e con la tua abilità nel raccontare storie, ci hai fatto innamorare del Collie! E lui è diventato il cane che abbiamo sempre voluto e non avevamo mai avuto. Forse anche di più ... forse lui è diventato l'amico che abbiamo sempre cercato, o anche il fratello o il padre. E questo cane autenticamente immaginario ... questo Collie si è impadronito di noi e non ci ha lasciato più andare".

Così, mi innamorai del collie senza aver mai sentito parlare di Lassie.

Dovetti aspettare fino a domenica, perché tra la scuola, i compiti e un po’ di tempo da passare con gli amici nei “giardinetti”, non ci fu il tempo di iniziare a leggere. Sto parlando di molto più di mezzo secolo fa, e la vita era alquanto diversa da quella di oggi.

Ma la domenica mattina mi buttai giù dal letto, mangiai la zuppa di latte che mia madre mi aveva preparato (mi domando spesso quanto latte ho bevuto nella mia vita, visto che non ho ancora smesso) e tra quei libri che ormai conoscevo a memoria tirai fuori “Lad: un cane di Albert Payson Terhune”, e cominciai a leggere:

“LAD era un grosso cane da pastore, il suo sangue era puro e anche il suo spirito. Generazioni senza fine di antenati di razza gli avevano dato una benigna dignità, un gaio coraggio da moschettiere ed una soprannaturale saggezza. Inoltre (e nessuno che avesse guardato i suoi dolci occhi marrone avrebbe potuto dubitarne) aveva un’anima”.

Allora non potevo saperlo, ma quelle parole stavano per dare alla mia vita una svolta, così come, ma l’ho saputo solo più tardi, avevano cambiato la vita di tanti appassionati ragazzi americani.

Un ragazzo di dodici anni possedeva a quei tempi una fervida fantasia non essendo ancora, come oggi, bombardato dalle immagini della TV o del web, così, man mano che giravo le pagine, imparavo a conoscere “La Villa”, i suoi boschi, il suo lago, i suoi viali. Senza neanche il bisogno di chiudere gli occhi, mi ritrovavo a passeggiare nei prati verdi con gli scoiattoli che si arrampicavano sugli alberi e i conigli che scappavano via saltellando. Oggi mi chiedo come potevo sapere come era fatto uno scoiattolo, io che non ne avevo mai visto uno.

Immaginavo di starmene a leggere sul vecchio tappeto di fronte al caminetto nella stanza di soggiorno della Villa, o in qualche angolo fresco della veranda, o all’ombra di un albero del vialetto. Il Padrone e la Padrona ci mettevano poco a trasformarsi nei miei genitori, e tutto il mondo intorno a me diventava, come per incanto, quello che le pagine del libro dipingevano per me.

E Lad?

Lad mi aveva affascinato fin dal momento in cui era stato tirato fuori dalla tasca del cappotto del Padrone ed era stato posato “tremante e strillante, sul pavimento della veranda”.

Nella mia fantasia ci volle poco a fare di quel cane immaginario il mio cane.

Me lo ritrovavo sempre intorno. Padrone del piccolo spazio tra il mio letto e la parete, in attesa fuori dalla scuola alla fine delle lezioni, sotto il mio tavolo mentre facevo i compiti. Non potevo mostrarlo a nessuno, ma era una presenza reale e concreta, tanto potere ha la mente di un ragazzo!

In seguito ho letto molti altri libri di Terhune, ed ho letto quello di Knight, ed ho visto una miriade di film e telefilm su Lassie che mi hanno fatto capire che, senza colpa alcuna di Knight, Lassie è stato stritolato dal cinema e dalla TV che ne hanno fatto un prodotto commerciale, ma da buon cane da pastore lui ha fatto ugualmente la sua parte, e in Europa il collie deve a lui la sua popolarità.

E’ strano che i collie di Sunnybank non abbiano avuto lo stesso destino, ma la differenza tra i due è che Lassie era il frutto della fantasia di uno scrittore, mentre i collie di Sunnybank erano reali, erano i Lad, i Wolf, i Treve, i Bruce, erano i collie che camminavano nei viali della Villa, che si bagnavano nel lago, erano i cani che molti piccoli lettori americani potevano andare a vedere, toccare, e questo fissò quei cani nelle loro menti e nei loro cuori. E quei cani erano proprio come nei racconti che i ragazzi leggevano su St. Nicholas, su Country Gentleman, su Red Book, su Ladies' Home Journal. Quei cani avevano una vita vera, avevano passioni, dolori, vizi, virtù, diventavano vecchi e morivano, per cui credere alle loro storie era estremamente facile. E’ quanto è accaduto anche coi quadri di Landseer, unito a Terhune dallo stesso destino. La penna di Terhune e il pennello di Landseer ritraevano entrambi ciò che gli occhi avevano davanti.

Che cosa mi hanno insegnato i libri di Albert Payson Terhune?

Mi hanno insegnato ad osservare la natura, a comprendere e rispettare il ruolo di ciascuno dei suoi figli, a guardare ai nostri collie come a loro guardavano i pastori che nella solitudine delle Highlands scozzesi li avevano unici compagni delle loro giornate e a loro si affidavano per avere un aiuto alla loro fatica. Quei pastori parlavano ai loro cani come ad esseri umani, e quei cani impararono presto a comprendere le loro parole, i loro gesti, i loro sguardi, impararono a prevenire, impararono a pensare, impararono a decidere.

Leggendo i libri di Terhune ho capito che un collie merita rispetto. Questo cane può essere più o meno bello, avere un pedigree lungo e pieno di titolati antenati o non averlo affatto, essere nato sugli altopiani scozzesi o nel posto più sperduto del mondo, ma è un collie ed ha un’anima, ed io, come Terhune, di questo sono assolutamente convinto. Essere razzisti sui cani significa aver toccato il fondo dell’ignoranza.

Tre anni passarono da quel giorno, e finalmente ebbi il mio primo collie. Non somigliava per niente a Lad, ma era il mio collie.

Fu allora, credo, che decisi che avrei fatto di più per questa razza, e se non ci sono riuscito, almeno ci ho provato. Dell’unico cruccio che questa scelta mi ha lasciato, Albert Payson Terhune mi aveva chiaramente avvertito quando scrisse:

“Presto o tardi, la memoria di ogni padrone di cani diventa un cimitero popolato da piccoli fantasmi pelosi e malinconici che si insinuano talvolta nella parvenza della loro vecchia vita”,

e questo alla fine diventa insopportabile per chi ama nella maniera giusta i propri cani.

Albert Payson Terhune morì il 18 febbraio del 1942 a Sunnybank. Non aveva ancora compiuto settant’anni. Fu sepolto poco lontano dalle tombe di tutti i suoi collie e sulla sua lapide è riportata una frase di San Paolo che spiega il senso di tutta la sua vita:

                                     "Ho combattuto una buona battaglia"