Ultimo aggiornamento:  11.06.2020 20.03
     
 
11 giugno 2020
 
 

L'Influenza russa

di  Lucio Rocco

 

Con l’espressione ”influenza russa” ci si riferisce all’influsso che sulla nostra razza ebbe, tra la fine del 19° secolo e l’inizio del 20°, il presunto incontro del collie col borzoi, che ha sempre interessato gli appassionati ben più di quello con il gordon setter di cui abbiamo già avuto occasione di parlare. Discussioni su questo argomento occuparono, nei primi anni del 1900, intere pagine di giornali con insinuazioni, accuse e polemiche senza fine.

Come sempre accade nella storia delle razze, a volerne approfondire l’evoluzione ci si accorge che sono state fortemente influenzate dalle storie dei popoli. Il Borzoi, o Russian Hunting Sighthound, non si sottrae certamente a questa regola.

Fino al 1861 i lavoratori delle fattorie russe vivevano ancora da servi. Questa condizione era iniziata nel 1601, quando lo zar Boris Godunov aveva limitato la libertà di movimento dei contadini, vincolandoli alla terra che lavoravano. Il 19 febbraio del 1861, però, l’Imperatore Alessandro II abolì la servitù della gleba, emancipando oltre quaranta milioni di lavoratori dei campi cui permise di riscattare le terre su cui vivevano da generazioni.

Tralasciando le conseguenze sociali di questa riforma, la cui applicazione era comunque nelle mani di un sistema burocratico legato alla nobiltà e che finì per scontentare sia i vecchi che i nuovi padroni, è necessario dire che molti di quei vasti poderi furono frazionati e le numerose mute di cani che in essi vivevano andarono per la maggior parte disperse. Come conseguenza, la popolazione dei borzoi ne uscì decimata, e molto ne risentì la qualità complessiva della razza che fu sul punto di sparire per sempre.

Ben pochi proprietari riuscirono a ricostruire i loro canili, tra questi il Granduca Nikolai Nikolaievitch Romanov e Artem Bolderoff, cui va il merito di aver salvato la razza dall’estinzione. La scadente qualità dei borzoi sopravvissuti alla riforma di Alessandro II è testimoniata dai sei soggetti che il suo successore Alessandro III mandò all’esposizione del Crufts del 1892, tutti di qualità molto modesta, anche se furono molto ammirati ed apprezzati.

Nel suo libro sul borzoi, Desiree Scott riporta la testimonianza di un allevatore americano, Joseph Thomas, titolare negli Stati Uniti dell’allevamento Valley Farm, che illustrò la situazione della razza in Inghilterra e in Russia nei primi anni del 20° secolo. Giunto in Europa nel 1902 alla ricerca di qualche bell’esemplare per il suo canile, Thomas visitò prima gli allevamenti inglesi senza trovare nulla di interessante, poi, in Russia, si recò nel canile dello zar a San Pietroburgo, ma tra i circa ottanta cani presenti ne vide solo un paio meritevoli di qualche interesse. A Mosca, l’editore di un giornale sportivo gli consigliò di visitare i canili del Granduca Nikolai Nikolaievitch a Tula e di Artem Bolderoff a Woronzova. In quei luoghi Thomas trovò finalmente dei buoni soggetti, che eccellevano per dimensioni e uniformità di tipo, ma purtroppo regolamenti molto restrittivi sulle esportazioni non gli permisero di portar via neanche uno di quei cani. Più tardi, la rivoluzione del 1917 spazzò via quasi tutto quanto restava della razza, poiché insieme alle famiglie dei nobili cui erano appartenuti, furono sterminati anche i cani. Per fortuna, dopo la rivoluzione, fu possibile ricostruire la razza mediante i soggetti che gli allevatori russi avevano precedentemente mandato in dono ai loro nobili amici in tutta Europa.

Il Borzoi era originariamente adoperato per catturare ed uccidere il lupo, ma all’inizio del 20° secolo veniva usato unicamente a fini “sportivi” per il divertimento dei nobili russi. John Edwin Noble ha raccontato, in un libro del 1910, come si svolgeva in quegli anni la caccia al lupo. Dopo aver liberato un lupo ed avergli concesso un po’ di vantaggio, un paio di borzoi venivano lanciati al suo inseguimento. Una volta raggiunto l’animale, i due cani si avvicinavano a lui da lati opposti bloccandogli il collo per evitare che potesse girare la testa e mordere. Null’altro dovevano fare se non aspettare l’arrivo dei cacciatori che rimettevano il lupo in gabbia per poi liberarlo alla successiva occasione e continuare così il divertimento. Nella maggior parte dei casi il lupo ne usciva solo con qualche graffio.

In Gran Bretagna il nobile levriero delle steppe russe riscosse immediatamente l’interesse dell’aristocrazia inglese. Sua Grazia la Duchessa di Newcastle, che nel 1890 aveva messo su un canile a Clumber, divenne in quegli anni la maggiore autorità inglese di questa razza, nonché l’allevatrice di maggior successo. Per molto tempo fu la donna più popolare tra le fila dei cinofili britannici, tant’è che quarant’anni dopo frequentava ancora le esposizioni esibendo la sua ultima importazione, il Camp. Podar of Notts.

Anche la Principessa Alessandra, consorte del Re d’Inghilterra Edoardo VII, fu una grande appassionata di borzoi. Il suo canile era stato fondato su soggetti di proprietà dello zar e, da quanto raccontato in precedenza, abbiamo motivo di dubitare che fossero i migliori esemplari della razza. Del resto, lo stesso Noble ha descritto il loro pessimo temperamento:

Uno dei principali difetti era la loro istintiva propensione ad inseguire qualunque cosa si muovesse. Un gregge di pecore o un branco di cervi costituivano per questi cani una tentazione irresistibile”.

Con queste premesse, viene da chiedersi come potesse venire in mente ad un allevatore di cani da pastore come il collie di incrociare i suoi soggetti con un cane tanto diverso nell’aspetto e nel temperamento e soprattutto in quella testa che secondo alcuni quell’accoppiamento avrebbe dovuto migliorare. Caratteristiche come il cranio eccessivamente stretto, il naso romano e il muso lungo e stretto furono considerate in quegli anni difetti causati dall’immissione di sangue di borzoi nel rough collie.

In realtà un tipo di collie che presentava già qualcuno di questi difetti esisteva già alla fine del 19° secolo, basti ricordare che lo standard originale della razza del 1881 condannava in maniera netta il “tipo greyhound” e il “tipo setter”. Nessun cenno al borzoi, però, che cominciò ad essere citato nello standard del collie solo molti anni dopo. E che questi difetti si fossero già diffusi anche in altri paesi lo provano la rivista canadese Canadian Breeder and Agricultural Review, che nel 1885 esortava gli appassionati ad evitare nel collie il tipo “levriero” e, più tardi, il periodico canadese Kennel Gazette che, nel 1889, avvertiva gli allevatori che nelle esposizioni si vedevano sempre più frequentemente collie con caratteristiche del setter, del levriero e persino del San Bernardo. Ma che questi caratteri fossero dovuti all’immissione di sangue estraneo alla razza, non poteva essere provato.

La polemica sulle caratteristiche della testa di alcuni collie andò avanti per molto tempo tra la fine del 19° secolo e l’inizio del 20°. Era stato William E. Mason ad innescarla ed alimentarla oltre misura denunciando apertamente che molti collie dell’epoca tradivano dall’aspetto la presenza di sangue di borzoi. Non nuovo a polemiche del genere, ne ricordiamo un’altra riguardante gli sheltie, Mason intraprese nel 1910 una vera e propria campagna contro questo tipo di Collie, accusando, senza nominarli, i più grandi allevatori del momento di aver usato il borzoi per allungare la testa del collie. La polemica che ne seguì sulla rivista Collie Folio, di cui Mason era editore, si fece appassionante e molto seguita. Quasi tutti gli intervenuti alle successive discussioni furono d’accordo nel condannare il tipo borzoi nel collie, ma non tutti erano del parere che l’incrocio fosse realmente avvenuto.

Tra i grandi allevatori che si sentirono chiamati in causa ci furono Thomas Stretch (Ormskirk), che intervenne affermando che mai sangue estraneo al collie era entrato nel suo canile, e Hugo Ainscough (Parbold) che negò con forza di aver mai usato un borzoi in tutti i suoi trent'anni di allevamento del collie. In realtà Ainscough aveva dei buoni motivi per sentirsi coinvolto nella polemica. Il suo prefisso Parbold non era mai stato registrato presso il Kennel Club, lo sarebbe stato solo nel 1932 quando Ainscough stava ormai abbandonando il mondo del Collie, e molti dei cani che lo portavano erano stati allevati da altri. Tra costoro c’era anche Thomas Ashton, un allevatore di Borzoi che annoverava tra i suoi cani alcuni grandi vincitori di esposizioni, come Nicholas of Parbold e sua sorella Ena of Parbold, che portavano, senza colpa alcuna di Ainscough, il suo affisso.

In realtà, nonostante le polemiche, prove che un tale incrocio fosse veramente avvenuto per volontà di un allevatore di collie non ve ne erano ed ancor oggi non ve ne sono, né la forma della testa poteva provare una relazione genetica tra le due razze.

A margine di calunnie, voci e dicerie, però, si potrebbe pensare che vi fosse qualche interesse personale nella campagna di Mason contro il “tipo borzoi” e le sue accuse agli allevatori dell’epoca. Basti pensare quale fonte di reddito rappresentassero per gli allevatori britannici i dollari dei ricchi importatori americani. Mason era una riconosciuta autorità nel campo dei cani e del collie in particolare. Era un espositore e un allevatore noto in tutto il mondo, un giudice stimato e l’editore di una delle più prestigiose riviste del settore. Inoltre, per i contatti che aveva con l’allevamento d’oltre Oceano, era anche il più apprezzato mediatore tra i venditori britannici e gli acquirenti americani.

Ma é Iris Combe a fornirci la spiegazione di come il borzoi sia entrato nelle linee riproduttive del rough collie, riportando, in uno dei suoi libri, la testimonianza di un certo Mr. Southwell di Norfolk, che aveva servito da ragazzo alle dipendenze di Mr Brunson, il capo del canile reale di Sandringham House. A proposito dell’accoppiamento tra collie e borzoi, Southwell raccontò che quell’incrocio era avvenuto veramente nel canile della Regina, ma non con lo scopo di modificare la testa del collie, quanto con l’intenzione di migliorare la struttura del Borzoi. L’intenzione della Regina Alessandra era infatti quella di dare al borzoi maggiore resistenza e robustezza, tant’è che furono adoperati collie da lavoro provenienti dalla tenuta di Balmoral. La Regina Alessandra avrebbe voluto inviare in regalo a suo nipote lo zar di Russia questi borzoi migliorati, ma purtroppo la rivoluzione del 1917, e il bagno di sangue che ne seguì, le impedirono di portare a termine il suo progetto.

I cuccioli nati da quell’incrocio furono dati via come animali da compagnia, ma per caso, o per volontà, più di uno di loro furono presentati in esposizione e probabilmente questo bastò a dare il via a tutta la storia.

Dal racconto riferito da Iris Combe si deduce che la Regina Alessandra fu l’involontaria causa dei difetti osservati in alcuni dei collie di quel tempo, e il movimento che ne nacque subito tra gli allevatori per riportare la razza alle caratteristiche originali impiegò molti anni per eliminare i difetti acquisiti dalla razza se ancora nel 1950 lo standard del collie raccomandava di penalizzare fortemente le teste “tipo borzoi”.

Quanto a colui che aveva denunciato i difetti del “tipo borzoi”, nel 1910 Mason lasciò l’Inghilterra con tutti i suoi collie per trasferirsi negli Stati Uniti mettendo su un canile nel New Jersey.