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Lei era la più ricca di pelo, la più
dorata, la più bella e la più forte di tutta quella cucciolata di
collie; la migliore cucciolata, che mai siamo stati capaci di
allevare a Sunnybank. C'erano cinque cuccioli. Lei era l'unica
femmina. L'ho chiamata "Sunnybank Fair Ellen" e sognavo per
lei un grande futuro nelle esposizioni.
Era nata il 25 febbraio del 1922. Suo
padre era il mio Campione Sunnybank Sigurd, sua mamma
Sunnybank Alton Andeen, un collie canadese di rara bellezza e
ricca di successi in esposizione. Dietro a quel cucciolo dorato
brillava una duplice, lunga linea di antenati campioni. Come non
sperare per lei grandi cose quando il piumino del cucciolo sarebbe
divenuto un mantello lussureggiante ed il suo corpicino tozzo
sarebbe cresciuto e le sue forme si sarebbero aggraziate?
A dieci giorni, il fratello più grande
di Fair Ellen, quello che sarebbe diventato il Campione Sunnybank
Sigurdson, ha aperto i suoi occhi. Il giorno successivo, l'altro
fratello,
Sunnybank Cavalier, ha fatto lo stesso. Il dodicesimo giorno il
futuro Campione Sunnybank Explorer e Sunnybank Jamie
hanno mostrato i loro occhi neri. Arrivarono e passarono il
quattordicesimo ed il ventesimo giorno, Fair Ellen era sempre la più
robusta di tutti, aveva imparato in fretta a prendere il latte caldo
da una ciotola, mentre i suoi fratelli erano ancora disperatamente
confusi dal mistero di quel nuovo modo di mangiare. Ma i suoi occhi
non si aprivano. Poi, a poco più di un mese, le sue palpebre si
sollevarono e si vide che l'occhio intero era coperto da una spessa
membrana. Capii che avrei dovuto aspettare finché non fosse stata
abbastanza grande e forte da sostenere una pericolosa operazione per
rimuoverla. Nel frattempo, lei era sempre la regina del quintetto,
diventava sempre più forte in confronto ai suoi quattro fratelli
meno agili, faceva la parte del leone quando si trattava di
mangiare. Cominciò a sviluppare i restanti sensi per trovare la
cuccia o la pappa, servendosi dell'olfatto e dell'udito.
Quando i cuccioli furono portati nel
grande recinto, fu lo stesso: Fair Ellen esplorò ogni centimetro di
quel recinto in modo da poter trotterellare senza problemi. Non
c'era goffaggine nei sui movimenti, procedeva solo con cautela dopo
aver urtato dolorosamente contro la ciotola dell'acqua, con il
piatto della pappa, con la rete di recinzione o col tronco di un
albero. La guardavo con enorme interesse: notavo che non urtava mai
una seconda volta contro lo stesso oggetto. Era sempre in grado di
fermarsi prima dello scontro e di girare intorno all'ostacolo per
evitarlo. Tutto ciò dimostrava una certa capacità di ragionare, e
questo mi portò a scommettere sempre più sulle sue qualità future
come cane di casa e come amica.
E'
da tratti del volto apparentemente banali che io decido quali sono i
cuccioli che mostreranno le vere qualità del collie. Osservavo che i
fratelli erano diversi: Sigurdson, Explorer e Cavalier (Jamie aveva
ingoiato un pezzo di vetro ed era morto) erano grezzi come i giovani
orsi nei loro giochi, chiassosi l'uno con l'altro. Ma, per una
ragione a me sconosciuta, erano stranamente gentili con la loro
piccola sorella.
Finalmente, quando Ellen aveva tre mesi,
chiamai un veterinario specialista degli occhi. Scelsi uno dei
migliori nella sua professione. Lui venne, guardò attentamente
Ellen, poi disse: "Opererò, ma l'avverto, non c'è molta
probabilità di successo. Guardi, porta il suo occhio sinistro mezzo
chiuso, mentre il suo occhio destro è innaturalmente sbarrato. A
meno che io mi sbagli, non c'è vista in entrambi gli occhi. Credo
che il nervo ottico sia morto in entrambi gli occhi.". Non
contento di questa nefasta diagnosi, chiamai un esperto
dell'Università Veterinaria di Cornell. Lui fece un esame accurato
degli occhi di Ellen. Poi confermò ciò che l'altro veterinario mi
aveva detto. Ciononostante decisi di affrontare l'operazione.
Abilmente, i dottori rimossero le
membrane biancastre. E purtroppo vidi che avevano avuto ragione
nella loro catastrofica previsione. Un velo grigio e spesso coprì
ogni occhio. Non c'era vista dietro quel velo. Le prove lo
dimostrarono. Il mio bel piccolo collie dorato sarebbe rimasto
cieco, Fair Ellen sarebbe vissuta in un'oscurità eterna.
Mi sembrò ci fosse una sola cosa da
fare. E, col cuore a pezzi, mi preparai a farlo. "La libererò da
questa sofferenza" dissi a mia moglie. "Lei non prova alcuna
sofferenza" rispose lei. "Sta vivendo una bella vita da
quando è nata. Non conosce il meglio. Pensa che tutti sono come lei.
Perché ucciderla mentre è così felice? Aspetta fino a che non scopra
di essere infelice". Forse quelle erano le parole di una
femminuccia sentimentale. Forse era saggezza. In ogni caso, era
abbastanza per farmi deporre la pistola, con un senso di sollievo.
Mia moglie aveva l'abitudine di essere nel giusto; sempre più me ne
sono reso conto durante gli anni passati insieme. Così Fair Ellen
continuò a vivere.
Non ho avuto meriti per aver lasciato
Fair Ellen viva. Ma lei ha trascorso splendidamente la sua piccola
vita, felice durante tutti i dieci anni passati insieme, fino alla
fine. Passava il suo tempo con gli altri cani o con noi creature
umane di Sunnybank, ma era da sola gran parte del tempo. No, non era
una solitaria, poichè aveva tanti interessi e giochi che non
divideva con nessuno.
Avendo condannato un cucciolo cieco a
vivere, mi sentii responsabile del suo futuro. Perciò mi misi a
lavorare per insegnarle a governare il mondo non visto ed enorme che
c'era fuori del recinto dei cuccioli. Vedevo davanti a me un compito
lungo ed arduo. Cominciai a fare con lei delle brevi passeggiate,
nel tentativo di farle prendere dimestichezza con vari luoghi. In un
primo momento lei sbattè contro numerosi ostacoli prima che io
potessi mettermi tra lei e loro. Ma potei notare che, come era già
avvenuto nel recinto dei cuccioli, non si scontrava mai due volte
con lo stesso ostacolo; sembrava avere una memoria misteriosa per i
luoghi dove aveva urtato, per cui imparò la topografia dei posti con
una rapidità sorprendente. Dopo aver fatto una strada ricordava
perfettamente la posizione degli alberi o delle pietre contro le
quali aveva battuto la testa.
Ci sono cani cui basta dire una sola
volta una cosa, perchè lo ricordino per sempre. Così era il nostro
grande
Sunnybank Lad. Così era suo figlio Wolf. Così era il mio
grande amico,
Bobby. Così era, sotto altri aspetti, Fay Ellen. In poche
settimane, aveva imparato la configurazione dei nostri quaranta acri
di terra, tanto da poter distinguere le parti dove poteva galoppare
senza pericolo di collisioni, e le parti dove procedere con cautela
infinita. Ricordo il primo giorno che arrivammo al margine del lago.
Annusò l'impercettibile (a me) odore dell'acqua, poi avanzò e si
immerse. Nuotava con calma diritto verso il largo. Nuotò forse per
duecento piedi, e sembrava comprendere che non v'erano ostacoli di
fronte a lei. Poi esitò, alzando la testa fu presa da una confusione
evidente. Potei capire perché: in acqua, chiaramente, non era nessun
modo di fiutare la direzione, né di indovinare dove stava andando.
La chiamai per nome. A quel suono, lei fece un mezzo giro e nuotò
assolutamente diritta verso di me, governando infallibilmente la sua
direzione dall'ascolto di quella sola parola detta tranquillamente.
Come i suoi piedi toccarono la ghiaia, le sue dita urtarono una
grossa pietra che affiorava dall'acqua. Ellen deviò e ci girò
intorno. Dal quel giorno siamo andati molte volte a nuotare al lago,
lei è sempre passata al lato della pietra contro cui aveva urtato.
Cominciai a vagabondare sempre di più
attraverso le foreste dietro Sunnybank e fra le montagne. Questo
territorio era estraneo ad Ellen, ed io cercai di renderglielo
facile come potevo, scegliendo piste che potesse ricordare invece di
dirigere le passeggiate attraverso la campagna. Rallentavo il ritmo
del mio passo per permetterle di esplorare quanto le era intorno
(anche al tocco leggero di una erbaccia, lei subito si arrestava,
per evitare la collisione). Presto dominò le piste e godè fortemente
dell'attraversare i boschi su ed in giù per la collina, ai miei
talloni guidata dall'odore e dal suono del mio passo. Quando anche
gli altri cani venivano con noi, il loro odore e la loro andatura le
rendevano molto più facile tenere la pista. In uno di questi
vagabondare rientrai a Sunnybank da un bosco di querce dove c'era un
cancello alto. Aprii questo cancello, chiamando i dodici o
quattordici collie ad attraversarlo con me. Loro rientrarono ed io
chiusi il cancello dietro di noi a chiave. Due o tre ore più tardi,
uno degli uomini venne a dirmi che non trovava Fair Ellen. Tornai al
cancello del recinto che forma il confine nord di Sunnybank. Là,
dietro il cancello, Fair Ellen stava in piedi, ed era il ritratto di
un paziente disagio. Evidentemente si era attardata ad investigare
sui suoni o sui profumi, mentre noi stavamo camminando con passo
spedito, e così era rimasta dietro al gruppo. Io non mi ero accorto
della sua assenza nel gruppo di collie che facevano chiasso intorno
a me. Arrivata al cancello, l'aveva trovato chiuso. Invece di
tornare sui suoi passi ed attraversare la strada maestra (col
rischio di finire sotto le ruote di un'automobile), era rimasta in
piedi da quasi tre ore, infelice, ma con abbastanza buonsenso da
sapere che era l'unica cosa giusta da fare. Io aprii il cancello e
lei saltellò su di me in preda ad una delizia delirante. Mi sono
preoccupato di fare in modo che una cosa simile non potesse
succedere mai più.
Di tutti i cani di Sunnybank, Fair Ellen
era la sola cui non erano state insegnate da cucciolo le buone
maniere. Non si può insegnare la disciplina ad un cane cieco.
Almeno, io non ne sono capace. No, a lei non era stato insegnato
nulla. Era già tanto per noi, che fosse felice. Nonostante ciò, ha
imparato da sola e si è autodisciplinata molto bene. Molte cose da
lei sono rispettate per istinto, senza bisogno di sgridate umane o
di punizioni. Viene immediatamente, quando è chiamata, e questo era
tutto ciò che ho preteso, ma senza insistere. Spesso, a causa della
sua prodigiosa memoria, veniva da me facendo dei complicati percorsi
apparentemente non necessari. C'era ragione per quei percorsi. Lei
evitava ogni oggetto col quale aveva colliso. A volte capitava che
un operaio lasciasse una carriola in un punto tra la casa e le
stalle. Ellen vi urtava contro. Da quel momento, attraversando al
trotto il luogo dove aveva urtato la carriola, faceva una deviazione
per non scontrarsi di nuovo. La carriola ovviamente non era più là,
ma lei non sapeva che era stata rimossa e non voleva correre rischi.
Se era vicina ai recinti superiori ed io la chiamavo dalle stalle,
faceva una deviazione dove una volta si era scontrata con un sacco
di mangime lasciato vicino alla porta della cucina. Una persona
estranea, vedendola, non sarebbe riuscita ad indovinare la causa del
suo eccentrico percorso. Ma quando tutte le cose erano al loro
posto, lei sapeva perfettamente come muoversi.
Un veterinario mi aveva detto non c'era
motivo di pensare che la cecità di Ellen potesse trasmettersi nei
suoi eventuali cuccioli. Ha avuta parecchie cucciolate durante i
suoi dodici anni ed ogni cucciolo aveva una vista perfetta ed una
salute eccezionale in ogni senso. Ho trascorso, seduto acanto a lei,
la notte in cui sono nati i suoi primi cuccioli. Erano nove. La
notte era fredda, ed Ellen per la prima volta nella sua vita era
tesa. Per molte ore ho dovuto lavorare per tenerla tranquilla ed
impedire ai suoi nove cuccioli di morire dal freddo. Alla fine,
verso l'alba, Ellen ha cominciato cercarli con il suo naso,
spingendoli vicino a sé al caldo. Allora ho capito che il mio lavoro
era finito. Da allora in poi è stata una madre ideale.
Mentre gli anni passavano, la gioia di
vita di Ellen non era diminuita. Il suo muso aveva cominciato
gradualmente ad imbiancare, i denti a consumarsi ed i suoi galoppi
quotidiani si erano fatti più brevi, ma lo spirito del collie aveva
continuato a vivere. Un pomeriggio, era il 1° luglio del 1933, Ellen
ed io eravamo andati per una delle nostre passeggiate quotidiane, la
cui lunghezza si era via via ridotta a causa della sua età avanzata.
Abbiamo trascorso un'ora allegramente tra i prati. Poi, soddisfatta
e stanca, ha trottato nella sua cuccia per il riposo serale. Quando
sono ripassato un'ora più tardi era ancora distesa, ma per la prima
volta durante dodici anni, il suono del mio passo non l'ha portata
ai miei piedi. Ciò era così insolito che mi sono avvicinato per
vedere che cosa era successo.
Tranquillamente, senza dolore, ancora
felice, era morta nel sonno.
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