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Nel 2004 è stato pubblicato uno studio della dott.ssa
Katrina L. Mealey dell’Università di Washington e del gruppo del
dott. Mark W. Neff dell’Università della California, sulla presenza
del gene mutato mdr1-1Δ (causa della sensibilità del collie
all’Ivermectina) in alcune razze che hanno una ragionevole
possibilità di parentela con il collie. Questi ricercatori hanno
basato il loro studio su uno schema di albero genealogico ideato da
Linda Rorem fin dal 1997. Lo schema, che qui mostriamo adattato alle
nostre finalità, mostra il rapporto tra le varie razze di collie ed
i loro antenati. Si tratta naturalmente di una semplificazione, in
quanto altre razze hanno contribuito, anche se in maniera meno
determinante, all'evoluzione di quel cane che é poi diventato il
collie, ma da esso si deduce che le diverse razze oggi esistenti, al
di là delle loro origini più remote, hanno, come principale
antenato, l'antico collie da lavoro presente in Gran Bretagna e
Irlanda nella prima metà del XIX secolo ed evolutosi in queste
regioni dal primo Medio Evo fino all’alba delle esposizioni canine.

Le conclusioni, cui il lavoro dei ricercatori
americani è giunto, sono le seguenti:
-
una
mutazione, che si trova nel patrimonio genetico del collie,
provoca una sensibilità ad alcuni farmaci, il più noto dei quali é
l’Ivermectina;
-
questa
mutazione non è antichissima, ma è nata da 40 a 120 generazioni
(160-480 anni) fa all'interno della linea evolutiva del collie;
-
tutte le
razze che presentano questa mutazione sono discendenti di un cane
che viveva in Gran Bretagna prima dell’isolamento genetico delle
razze che trae origine dall’istituzione dei Libri Genealogici (ca.
1873);
-
da
questo comune antenato discendono almeno nove distinte razze, e ciò
è provato dalla presenza in esse del gene mutato mdr1-1Δ;
-
le razze
che non presentano il gene mutato (contrassegnate nello schema da un
check verde) devono essersi geneticamente distaccate in epoca
precedente la comparsa della mutazione, oppure sono rimaste isolate
in una nicchia genetica all’interno della quale la deriva genetica
ha selezionato “per caso” individui esenti dal gene mutato.
Tra le nove razze in cui si è trovato il gene
mdr1-1Δ, ce ne sono due di levrieri create sul finire del secolo
scorso negli Stati Uniti, il Longhaired Whippet ed il
Silken Windhound, la cui parentela con il collie sembrava
insospettabile. In realtà la seconda delle due razze è stata
ottenuta solo negli ultimi trent’anni dalla prima, e questa ha tra i
suoi antenati il Whippet ed il Borzoi, entrambi esenti dalla
mutazione, ma anche il pastore delle Shetland, in cui invece essa è
presente.
Le origini di quei cani che alla creazione del collie
hanno contribuito sono molto antiche.
Fra il 3° ed il 1° secolo a.C. i Celti, risalendo
l’Europa dalla penisola iberica, invasero le isole britanniche,
occupando Bretagna, Galles, Cornovaglia, Irlanda e Scozia. Essi
incontrarono nella loro espansione popolazioni di origine
indoeuropea giunte in Europa forse già a partire dal IV millennio
a.C. ed il cui rapporto con i cani da gregge era iniziato
circa 1.000 anni prima, all'epoca della "rivoluzione neolitica".
Questo era stato un periodo letteralmente rivoluzionario, perché da
una economia basata sulla caccia si era passati all'agricoltura ed
all'allevamento, con conseguenti cambiamenti radicali nella vita
dell'uomo, dall’alimentazione al modo di abitare, dal rapporto con
l’ambiente a quello con gli altri uomini, ed aveva determinato anche
un'evoluzione nel ruolo del cane, per cui intorno al 5.000 a.C. può
essere datata in Europa la nascita del cane da pastore.
I Celti erano fondamentalmente un popolo di
guerrieri, ma la loro economia era basata sull’agricoltura e sulla
pastorizia. L'importanza che essi davano al cane è testimoniata dai
loro miti e dalla loro cultura. L’antico e leggendario levriero dei
Celti (forse il progenitore degli attuali Irish Wolfhound) veniva
utilizzato nella caccia ai grandi ungulati e per difendere le greggi
dai lupi. Quando, intorno al 1600, il lupo si estinse sull’isola
britannica, i cani utilizzati per la sua caccia cessarono di essere
indispensabili e rischiarono l'estinzione, ma per fortuna già da
secoli i cani dei celti, incrociandosi con i cani già presenti sui
territori occupati, avevano intrapreso, sul cammino dell'evoluzione,
la strada che li avrebbe trasformati da difensori a conduttori del
gregge.
Nel 55 a.C. i Romani iniziarono con Cesare ad
espandersi in Europa. Essi avanzavano
portando con sé il bestiame e quei cani che Marco Terenzio Varrone
ci ha descritto come animali di grossa taglia, di colore bianco,
nero e marrone, selezionati soprattutto per la difesa del gregge:
questi cani somigliavano probabilmente agli odierni bovari del
bernese. Nel 43 d.C. con l’imperatore Claudio essi giunsero in
Britannia, spingendosi fino ai confini della Scozia.
I Romani contribuirono a migliorare l'allevamento del
bestiame, introducendo razze di pecore più selezionate, che dettero
un impulso all'industria della lana, essenziale per l'economia. E’
logico pensare che negli anni dell'occupazione romana i cani
arrivati al seguito degli invasori si fossero profondamente
trasformati incrociandosi con i locali cani celti che a loro volta
avevano già subito l’influenza di quelli delle preesistenti
popolazioni.
In quelle terre i romani rimasero fino al 410 d.C.
quando si ritirarono definitivamente sul continente dove erano
minacciati dall'avanzata di Unni e Visigoti, lasciando il
campo libero all'immigrazione, più che all'invasione, degli
Anglo-Sassoni. Questi erano un insieme di varie tribù germaniche
provenienti dallo Jutland (Angli e Juti) e dalla Germania
nord-occidentale (Sassoni). L'economia di questi popoli era
fiorente, grazie ai loro traffici, ed i loro signori erano
benestanti e ricchi di bestiame e di terre, e seppero apprendere
dalle popolazioni locali quella superiorità tecnica in agricoltura
che, grazie ai romani, esse avevano. Comincia a nascere l'economia
medievale basata sul castello come nucleo di aggregazione,
comprendente tutti gli elementi dell'economia, dal signore agli
schiavi, dalle terre al bestiame, ai cani.
Nel 793 cominciarono gli attacchi dei Vichinghi alle
coste della Britannia, dapprima sotto forma di scorrerie piratesche,
poi in maniera sempre più continua. Il legame tra i guerrieri
Vichinghi ed i loro cani è testimoniata
dalla frequenza con cui questi si trovano nelle tombe, sepolti
insieme ai loro padroni. I cani dei Vichinghi erano degli spitz
evolutisi nell'arco di quasi 5000 anni a partire dal lupo artico e
da cani domestici. I Vichinghi portavano al loro seguito dei cani da
caccia e dei cani da mandria simili all'Icelandic Sheepdog.
Da questi cani si suppone si siano evolute altre razze tra cui anche
i pastori delle Shetland. L'occupazione vichinga durò fino al 1066,
quando la Britannia fu invasa dai Normanni.
Ogni invasione portava con sé nuovi tipi di pastori e
di bestiame e quindi nuovi tipi di cani, ed i nuovi arrivati si
incrociavano con quelli preesistenti. Così sarà successo anche ai
cani giunti al seguito degli anglosassoni e più tardi dei Vichinghi.
A partire dall'anno 1000 era iniziata la crescita
economica, tecnica e culturale dell'Europa. Durante quegli anni la
distruzione di grandi tratti di foreste aveva reso disponibili ampi
pascoli, che erano stati successivamente frazionati, provocando la
frammentazione delle proprietà e delle aziende agricole in unità
sempre più piccole.
I pastori selezionavano i loro “utili” cani a
seconda delle competenze richieste, cioè dei diversi tipi di
bestiame e delle diverse condizioni climatiche ed ambientali.
La vita pastorale in Gran Bretagna subì nei secoli
profondi cambiamenti. Questi mutamenti socio-economici hanno
certamente modificato il tipo di lavoro svolto dai cani, perché non
era più necessario guidare le pecore su lunghe distanze fino ai
mercati. E questi cambiamenti nelle pratiche agricole portarono alla
scomparsa di molte razze non rispondenti più alle nuove necessità:
Smithfields, Beards e Shags, Dorset Sheepdogs (o
Old Downlands),
Galway Collies (di cui il famoso Trefoil era un esemplare),
Highland Collies, Manx Sheepdogs, Rutherford North
Country Collies,
Welsh Hillman, e Welsh Grey Collies sono tutte varietà
di Collie scomparse progressivamente per non essere riuscite ad
adattarsi a tali cambiamenti.
Il 6 settembre del 1620 salpò da Plymouth in
Inghilterra diretto nel nuovo mondo, il galeone Mayflower,
con a bordo 115 Padri Pellegrini. Essi erano accompagnati dal
bestiame e da quei cani che allora si stavano affermando. I
discendenti di questi collies poco a poco si sparpagliarono in tutto
il continente americano, specialmente durante la "corsa all'oro" del
1840, quando la grande richiesta di lana e di carne fece muovere
grandi greggi di pecore dall'ovest verso la California ed il Nuovo
Messico.
Nel 1788 il Capitano James Cook sbarcò a Port Jackson
(oggi Sydney) in Australia con il suo carico di detenuti, guardie,
prodotti alimentari, bestiame e cani (presumibilmente i collie da
lavoro allora usati in Gran Bretagna) iniziando quella
colonizzazione che nel secolo successivo si sarebbe estesa a tutto
il continente. I coloni avevano bisogno di un cane forte, dotato di
grande resistenza, capace di controllare e di spostare le grandi
mandrie di bestiame attraverso enormi pascoli. Questa necessità fece
sì che venissero selezionate razze diverse a seconda del bestiame
cui erano adibite e delle zone in cui operavano.
E siamo giunti così al XIX secolo con la diffusione
di una nuova varietà di collie da lavoro, ben adattatasi alle nuove
opportunità che la pastorizia esprimeva. Ma ciò che ha segnato una
rivoluzione, forse non positiva, nel ruolo del cane, è stato nel
1860 l'inizio delle esposizioni, perché esse influirono direttamente
sulle finalità della selezione, che da allora in poi mirò alla forma
piuttosto che alla funzione.
All’alba del XIX secolo viveva dunque in Gran
Bretagna ed Irlanda un tipo di collie, dal quale fu selezionato l’attuale Collie
da esposizione, e che ha continuato ad esistere come cane da
fattoria, o cane di famiglia, almeno fino al 1950. Questo tipo di
collie scozzese aveva caratteristiche molto variabili, ma si
distingueva per un mantello non eccessivamente lungo, gli occhi
grandi, lo stop pronunciato ed il cranio più largo, così come era
stato rappresentato e descritto nel 1790 da Thomas Bewick nel
libro A General History of Quadrupeds:
"Questo utile animale, sempre fedele al suo
compito, si pone alla testa del gregge, là dove meglio può ascoltare
e meglio prestare attenzione alla voce del pastore. Sicurezza,
ordine, disciplina, sono i risultati della sua vigilanza e della sua
opera. In queste vaste distese di terra che, in molte parti della
nostra isola, sono destinate esclusivamente all'alimentazione di
pecore o di altro bestiame, questo intelligente animale è della
massima importanza. Greggi smisurate possono essere continuamente
sorvegliate lasciandole libere in questi spazi selvaggi, ampi fin
dove l'occhio può arrivare, apparentemente senza controllo. La loro
unica guida è il pastore, cui obbediscono i suoi fedeli cani,
costante compagnia delle sue fatiche. Essi ricevono i suoi comandi e
sono sempre pronti ad eseguirli; sono i vigili custodi del suo
gregge, impediscono che si disperda, lo tengono unito e lo guidano
da una parte all'altra del pascolo; non tollerano che estranei si
mescolino alle loro pecore ed diligentemente tengono lontano ogni
intruso. Nel guidare qualsiasi numero di pecore ad una qualunque
distanza, un cane ben addestrato non manca mai di controllare il
loro percorso, di badare ad ogni strada che si diparte da esso, di
minacciare ogni malintenzionato. Egli aspetta i ritardatari, e se
qualcuno dovesse fuggire, lo riporta all’ordine senza fargli il
minimo danno. Se il pastore è obbligato ad allontanarsi, resta il
suo cane a tenere insieme il gregge e, non appena sente il ben noto
richiamo, questa creatura fedele lo riconduce al suo padrone, anche
se a notevole distanza.". |